"Avatar è soprattutto entertainment e azione e scene di combattimento che manderanno in brodo di giuggiole i ragazzini e così via, ma al tempo stesso, come se non si accontentasse di ciò, cerca di spostarsi sempre più impercettibilmente verso una dimensione in cui la CG non è più qualcosa in surplus, un contorno, un accessorio fatto per stupire, bensì l'elemento fondante di tutta la struttura, ragion d'essere, punto di partenza anziché d'arrivo. La stessa sinossi, d'altronde, può essere letta come metafora di questa bivalenza: da un lato il corpo del personaggio Jake Sully (l'attore Sam Worthington) in carne ed ossa, costretto alla carrozzella, impedito nei movimenti più basilari, debole, quasi inutile; dall'altro il suo alter ego digitale e/o alieno, senza handicap, più alto, più agile, più forte, sensorialmente capace di entrare in contatto con gli animali e la natura, una specie di semidio insomma.
Allo stesso modo anche la truppa dei marines, capitanati da un rude e azzecato Stepehen Lang, si contrappone con la loro fisicità ostentata e gretta, con le loro astronavi robot (fantascienza da prima elementare) alla leggiadria quasi poetica del microcosmo di Pandora (straordinarie creature animali, montagne volanti) e al "primitivismo sensoriale" del popolo Na'Vi, dove la comunione "di spirito" fra tutte le creature viventi e la Terra che le accoglie rappresenta la risorsa e l'arma più grande. In questo contesto lo spettatore si muove come Jake nella sua esperienza "da avatar": all'inizio spaesato, strabiliato, emozionato, (è come un bambino, "vuole vedere"), arriva poi a familiarizzare sempre più con l'ambiente che lo circonda fino a diventare (metaforicamente) parte di esso, abbandona finalmente la sua corporeità per "rinascere avatar". […]
"Avatar" non è solo un film che rende in soli 160 minuti vecchio tutto il cinema precedente, ma è anche il film destinato, se non a rivoluzionare (parola sempre scomoda), almeno a marchiare a fuoco tutto il cinema del prossimo decennio" (Rocco Castagnoli, Ondacinema).
“Sofia Coppola realizza una pellicola minimale di grande eleganza ed ancora maggiore sensibilità, mostrandoci la cauta intimità che viene mano a mano crescendo tra i due protagonisti, il sollievo del riconoscersi e del lasciarsi andare a come si è, invece di essere sempre costretti a "tradurre" la propria individualità per il mondo che ci circonda. "Lost In Translation" è un film che ci racconta la tristezza del sentirsi stranieri, isolati, incompresi, ma anche incapaci di comprendere, prendendo come spunto l'apparente insensatezza della cultura giapponese con le sue luccicanti sale-giochi, i suoi telefonini di ultimissima generazione, le ossessioni verso miti occidentali demodé, ma anche la delicata ed eterea spiritualità dei giardini o dei luoghi di culto. Una storia d'amore delicata e perfetta, conclusa infine da una scena finale che sorprende, commuove e convince.”
(Giuliana Rizzo, Ondacinema)
"Bob Harris è un divo della tv americana sul viale del tramonto: è a Tokyo per girare lo spot di un whisky, non parla giapponese, è insonne. Charlotte è una donna carina ma delusa: è a Tokyo al traino di suo marito fotografo di moda che non vede mai, non parla giapponese, è insonne. Anime simili che non possono che incrociarsi. [...] Sofia Coppola affronta una commedia romantica che opera su due fronti. Da un lato lo straniamento di chi si trova in un Paese di cui non conosce la lingua [contesto simbolo, estremo e metofaora dell'incomunicabilità/incomprensione dei protagonisti con i propri cari]. Dall'altro il nascere di un sentimento che, una volta tanto al cinema, non arriva al rapporto sessuale. [...] L'esito è raffinato e brillante al contempo." (Giancarlo Zappoli, Mymovies.it)
"L’opera evoca atmosfere di intraducibilità dei sentimenti, di impossibilità di afferrarli e di trasformali in realtà. [...] Il film racconta quella situazione critica della vita nella quale qualcosa è andato perduto per sempre (per Bob si tratta della perdita di un rapporto con la moglie che parla ormai una lingua diversa dalla sua, per Charlotte della perdita di identità per un fresco matrimonio già in crisi). Ed è proprio il rapporto che si instaura tra i due a risultare alla fine inafferrabile, intraducibile in qualcosa di vero e concreto al di fuori di quella particolare situazione, ed ecco allora il colpo di genio finale: il sussurrare di Bob all’orecchio di Charlotte di una frase incomprensibile allo spettatore, una frase che non sapremo mai, perduta per sempre..." (Giovanni Santoro, Nonsolocinema.com)
"Viviamo in un momento storico confusionario e caotico. La nostra società è incentrata sulla comunicazione, ma proprio nel momento in cui la tecnologia riduce gli spazi e moltiplica le occasioni di scambio, crescono anche le difficoltà ad instaurare un dialogo vero e profondo tra gli esseri umani."
"Ero sbalordito, stesso per terra. Credo che abbia la miglior fotografia ’spaziale’ mai vista, e penso che sia il miglior film sullo Spazio di sempre. È il film che aspettavo da anni, di cui ero affamato da tempo… Ciò che è davvero interessante è la sua dimensione umana. Alfonso e Sandra Bullock hanno lavorato insieme per creare un ritratto senza soluzione di continuità di questa donna che lotta per la propria vita in assenza di gravità. Lei è quella che ha dovuto affrontare questa incredibile sfida per renderla credibile. Il suo personaggio era probabilmente non meno complicato di un acrobata del Cirque du Soleil, da quello che ho potuto vedere. C’è davvero dell’arte nella sua prova, nella creazione di momenti che sembrano spontanei ma che sono in realtà provati e coreografati. Non molte attrici avrebbero potuto fare qualcosa di simile. Penso sia molto importante che a Hollywood si capisca quello che Sandra è riuscita a fare con questo film".
"La storia dal punto di vista prettamente tecnologico del cinema moderno, da Star Wars ad Avatar 10 tappe fondamentali per l'evoluzione di effetti speciali e tecnologie cinematografiche".
Andate al cinema, sedetevi comodi, indossate gli occhialini e rimanete in silenzio… lasciatevi avvolgere dal vuoto dello Spazio, catturare dalle spettacolari immagini della Terra e da ciò che si muove in assenza di gravità, assalire dalla tensione provocata dalla (dis)avventura dei protagonisti, dall’angoscia di rimanere soli.
Il film comincia con alcuni ‘avvertimenti’: “Vivere nello spazio è impossibile” e “Silenzio” (chiedo venia, non ricordo esattamente la 2° frase, la aggiornerò appena possibile), silenzio che simboleggia, come nel cinema di Kim Ki-Duk, il distacco e la solitudine.
Poi compare la Terra, lo Spazio e la bellezza incredibile delle immagini e del 3D.
“Una pellicola che ridà prepotentemente senso […] al 3D […]. Un vigore visivo e narrativo che non si era mai visto fino ad ora. […] Niente sembra lasciato al caso nello sfoggio di bravura tecnica di quest’opera; ogni movimento di camera, ogni stacco, ogni elemento che si muove sullo schermo appare al proprio posto” (Antonio Maria Abate, Cineblog.it).
L’immersività è a livelli massimi; l’empatia con i protagonisti è immediata. Grazie ad una messa in scena magistrale, ad una computer grafica perfetta, un 3D quanto mai splendido e diegetico, sembra davvero di essere lì, nel vuoto. Si entra nei panni / nella tuta (per davvero! con l’utilizzo attento e studiato di un’alternanza tra oggettive e soggettive) di Sandra Bullock e si percepisce “tutto il senso ‘fisico’ dell'angoscia, dell'orrore e del disperato senso di solitudine derivante dal trovarsi immersi (da soli) in un infinito senza forma e senza vita” (Marco Minniti, Movieplayer.it), dall’andare alla deriva nello spazio vuoto e, semplicemente, non poter fare nulla per cambiare il proprio stato, essere totalmente impotenti, perché non c’è niente e nessuno a cui aggrapparsi.
La morte è una presenza costante in scena, simboleggiata dal buio, dal silenzio, dal nulla e la parola (dialoghi, ma spesso anche inevitabili monologhi) viene utilizzata come antidoto.
Se da una parte Sandra Bullock sprofonda nel panico, dall’altra George Clooney si dimostra fermo e deciso, si erge a pilastro per la collega, il tutto con continuo ottimismo e rassicuranti umanità ed empatia. Clooney è coraggiosissimo: continuerà ad aiutare la dottoressa, nonostante tutto.
“A differenza di molti sci-fi realizzati in passato, la sua macchina da presa non racconta lo spazio. Lo attraversa in pieno” (Pierpaolo Festa, Film.it), perché lo scopo è raccontare l’uomo.
SPOILER. Dopo aver abbandonato ogni speranza e accettato l’imminente morte, l’istinto di sopravvivenza si accende improvvisamente e instilla un’estrema voglia di (ritornare a) vivere. La protagonista è come nell’utero materno e, seppur in un primo momento rinunci a uscire/tornare, sceglie poi di lottare, fino a riemergere dalle acque e toccare nuovamente la terra, strisciando sulla sabbia, (ri)mettendosi in piedi a fatica e muovendo i (primi) passi.
“Gravity lascia realmente senza fiato” (Silvia Urban, Bestmovie.it).
“Gravity riesce nell’impresa di far vivere quanto mostra come nessuno ha mai fatto sino ad ora” (Antonio Maria Abate, Cineblog.it).
Hayao Miyazaki, premio alla carriera al Festival del Cinema di Venezia nel 2005, è considerato IL Maestro dell’animazione giapponese: vedere per credere.
La grafica non è quella tridimensionale introdotta dalla Pixar, lo stile è quello dell’animazione tradizionale, arricchita da una cura maniacale dei dettagli e da una tavolozza di colori che più completa non si può. La forza visiva è immensa, lascia lo spettatore a bocca aperta. La magia che permea le storie del regista viene veicolata a chi guarda soprattutto grazie al disegno, altrettanto incantevole.
L’ambientazione è tipicamente occidentale e lo si riscontra immediatamente dall’architettura degli edifici (sia quelli della ‘gente comune’ che i palazzi imperiali) e dalle uniformi militari; ma il folklore è tutto nipponico (con caratteristiche alquanto diverse dalle nostre favole): gli spiriti e i personaggi che popolano le storie di Miyazaki sono sempre affascinanti, strani nelle forme e nei comportamenti, perfetti nel compito di incantare e incuriosire lo spettatore. Fantasia.
Gli spunti di riflessione offerti dalla storia sono innumerevoli e ricalcano i temi tipici della filmografia del regista: l’indifferenza degli adulti, i vizi della società contemporanea e le virtù dei giovani che non ne sono ancora stati contaminati; i messaggi ecologisti (emblematica è la ferrovia che attraversa, o forse lacera, la città della protagonista, sfrecciando vicino alle case e lasciandosi dietro una scia nera di fumo, che oscura totalmente la finestra di fronte alla quale la ragazza lavora), l’importanza della solidarietà, dell’amore e della forza di volontà, l’insensatezza del culto dell’aspetto estetico, la natura guerrafondaia dell’uomo (due nazioni, nel film, sono in guerra, ma non viene mai detto perché… non è importante: “una corazzata che va a bruciare città e persone” nota Howl, “saranno nemici o amici?” domanda Sophie, “gli uni o gli altri non fa differenza” risponde lo stregone).
La giovane Sophie è la tipica eroina miyazakiana, capace di caricarsi sulle spalle lo stupore del cambiamento, ma ancheil dolore e lo straniamento che, eventualmente, da esso derivano, di accettare la nuova condizione e rimboccarsi le maniche, lottare per superare le difficoltà, a prescindere dalla loro natura. Decisivo nel cammino della protagonista è, appunto, l’approccio nell’affrontare le situazioni: ella comprende l'importanza della responsabilità, soprattutto nei confronti dell'altro da sé, ed è tutt’altro che remissiva e fa della determinazione e della voglia di fare le sue armi contro la maledizione.
Nel cinema di Miyazaki non c’è predestinazione dei personaggi a tendere verso il Bene o il Male; ciò viene sostituito dal libero arbitrio. Non ci sono fratture nette, la conversione (verso entrambi i lati) è sempre possibile.
Howl e la Strega delle Lande si mantengono giovani grazie alla magia e un sortilegio di quest’ultima trasforma Sophie, un’adolescente, in una vecchietta. Le prospettive sono qui ribaltate: Sophie è giovane (anche se non più nell’aspetto), ma possiede la giusta mentalità e il corretto approccio alla vita e sarà il motore che innescherà la crescita degli adulti riluttanti ad accettare il proprio status. La maturità non è questione di età.
Non è un film indirizzato nello specifico ai bambini (come quasi tutti quelli di Miyazaki).
Non volevo scrivere una recensione di Django Unchained, ma l’insistenza
di una persona a cui non posso dire “no” (che ha adorato, ma proprio tanto, il
film) mi ha spinto a mettermi alla tastiera.
Non volevo scrivere per un semplice motivo: Tarantino.
Non è mia natura quella di pubblicare brevi commenti del
tipo: “Un film che entrerà nella storia! Mi è piaciuto da impazzire!”; cerco di
andare più a fondo e di motivare le mie impressioni (anche attraverso citazioni
di critici del web). Ma questo è Tarantino: è troppo complesso perché uno come
me (che qualcosa ha studiato, ma non abbastanza da aver acquisto le conoscenze
tali da vedere e capire) possa analizzare l’opera nel dettaglio.
Chiusa parentesi. Farò quel che posso: un semplice giudizio personale.
Questa “storia d’amore in salsa western ai tempi della
schiavitù” (cineblog.it) scorre incalzante, senza tregua, varcando generi e attraversando
più finali, in quasi 3 ore di film. “Tanti ingredienti, forse troppi, eppure
talmente digeribili da non stancare mai” (ibidem).
In piena continuità stilistica e tematica con “Bastardi
senza gloria”, parte della vicenda si svolge nuovamente in un teatro (Candyland,
metaforicamente parlando), addentrandosi in un gioco della messa
in scena, un gioco delle parti e il pericoloso scambio delle stesse (sorveglianti e sorvegliati,
cacciatori e prede). “Mai uscire dalla parte” è il monito del dottor Schultz.
Di nuovo “vendetta storica”. Crimini dell’umanità: prima
nazismo, ora schiavitù.
Come nel precedente (Bastardi senza gloria), troviamo diversi anacronismi: gli
occhiali da sole e la dinamite ne sono esempi lampanti. Il regista non vuole rimanere
fedele alla Storia, ma la adatta per renderla coerente e funzionale alla “sua”
storia.
Rispetto al “solito” Tarantino, è interessante notare come
la narrazione sia stavolta lineare. Il regista ci ha abituati alla scomposizione
in blocchi temporali, divisione in capitoli, storie parallele che si
intrecciano e convergono. Qui, eccezion fatta per un paio di brevi scene di
flashback o ricordi onirici, tutto si svolge in linea retta. Il tempo offre
differenze anche nel confronto con le opere di Sergio Leone, “lente” per
definizione. Il ritmo di Django Unchained è, invece, veloce e avvincente.
Django, schiavo o uomo libero che sia, è pregno d’amore e lotta
per esso. Il western si ibrida e si trasforma nella fiaba tedesca di Sigfrido e
Brunilde (che il dottor Schultz racconta a Django, ma che, come egli stesso
ammette, non ricorda con precisione… forse è proprio per questo che la
commistione dei generi e delle trame può avvenire). In tutto questo c’è spazio
anche per qualcos’altro: tra sparatorie e sentimenti, “si ride, di gusto, con intelligenza e
furbizia” (ibidem). La vena comica offerta dal personaggio del
dentista/cacciatore tedesco è eccezionale! E non si può non citare l’improvviso
flashback dei cappucci bianchi, che va a “smontare il mito del Ku Klux Klan,
nato proprio tra il 1865 e il 1900. Con una singola scena, talmente assurda da
suscitare i crampi dal ridere, Tarantino distrugge ciò che è stato e che è
tutt’ora il razzismo” (ibidem).
Candy impersona “la cultura ipocrita positivista che
imperversava negli anni in cui il film è ambientato” (ibidem); Django è la
speranza: la fierezza con cui cavalca il suo ronzino nasce dalla consapevolezza
di poter dimostrare come la dignità sia di tutti e il tempo della schiavitù possa
essere sconfitto; il dottor Schultz inizialmente “gioca con la legge e con le
parole per portare a compimento le sue poco ortodosse operazioni di giustizia,
assume con il passare del tempo spessore e sensibilità maggiori, fino a
divenire il simbolo di una strada da seguire, la guida materiale e
spirituale di Django” (ibidem).
La splendida colonna sonora è calzante nel suo essere ibrida, nel mescolare il passato al presente e diversi generi.
Ho trovato alquanto stonate alcune scene nel finale, ad
esempio quando Brunilde si tappa le orecchie e, dopo l’esplosione, applaude o l'uscita
di scena di Miss Lara (che, sul momento, mi ha fatto ridere… ma ripensandoci…).
L’omaggio al western sembra in questi frammenti, a mio parere, trasformarsi in
parodia (unico neo di un film strepitoso).
“Come ‘scrive’ lui [Quentin Tarantino], pennellando
personaggi leggendari, in quel di Hollywood non ne ce ne sono più di tanti. […]
Un grande film. Uno di quei film che lasciano il segno.” (cineblog.it)
“Il piacere del cinema, di farlo così come di ammirarlo, è
in ogni piega del testo: nella recitazione espansiva dei protagonisti; nella
potenza del dialogo; nell'uso della musica e degli sguardi […] E’ un'opera
impeccabile.” (Marianna Cappi, Mymovies.it)
Critiche e recensioni (ancora una volta) divise diametralmente: capolavoro vs noia mortale; filosofia da supermercato vs intuizioni toccanti che fanno riflettere. In sostanza: guardatevi il film e giudicate da soli! Personalmente, la narrazione mi ha incuriosito e trascinato (per una buona metà del film non ci si capisce niente… e io sentivo il bisogno di iniziare a comprendere qualcosa), le 3 ore non sono state per niente noiose. “Lo odi o lo ami”, si dice spesso. Io qui sto in mezzo, leggermente sbilanciato verso il piatto del positivo. Sei storie, situate in differenti epoche (3 nel passato, 1 nel presente e 2 nel futuro) e luoghi, ma collegate da un filo invisibile e vissute dalle stesse persone (in una sorta di reincarnazione inconsapevole), dagli stessi attori che cambiano età, etnia, sesso, ma anche il ruolo all’interno dell’azione: una volta protagonisti, un’altra personaggi secondari, sempre con la stessa indole; rivivendo (con la percezione come di un déjà vu) amori e passioni, situazioni di pericolo e di indecisione, con esiti che variano a seconda delle circostanze. Sei linee narrative che si intrecciato a ritmo serrato, con un montaggio che lavora sulle (inevitabili, per come è costruito il “tutto”) analogie delle singole vicende: associazioni, affinità di oggetti o di eventi, creando “una narrazione sospesa che incrocia le storie con gran senso del cinema […] Il montaggio delle diverse storie infatti non è per nulla regolare e salta di storia in storia inventando molto, alle volte lasciando diversi minuti ad ognuna, altre rimanendo con essa solo pochi secondi. L'idea è di riuscire a suggerire grazie alla giustapposizione del montaggio, il legame tra diverse epoche, diverse persone o diverse azioni” (Gabriele Niola, Mymovies). Se per più di metà film risulta difficile raccapezzarsi, alla fine molte tessere trovano il loro posto e il quadro diventa perlomeno comprensibile: l’idea che collega le singole storie e che forma il tutto diventa chiara (rimangono alcuni dubbi, incertezze e curiosità… che una seconda visione potrà probabilmente dissipare). Tratto dall’omonimo romanzo best-seller di David Mitchell, il film non dogmatizza l’idea della reincarnazione, non la spiega, la usa semplicemente come pretesto per evidenziare i corsi e ricorsi della Storia, quest'ultima intesa sia con la "S" maiuscola che in riferimento all’animo e all’indole del singoloessere umano. Infatti, la peculiarità comune a tutte le storie è l’oppressione: ogni volta tramite mezzi differenti, il più forte sovrasta il più debole. Chi è “il più forte”? E’ il bianco, occidentale, tecnologicamente e (in senso più ampio) scientificamente avanzato che schiavizza i neri; è il medico che, dall’alto del suo sapere, avvelena il paziente fingendo di curarlo da una grave malattia, al fine di derubarlo; il potente, il cui potere è dato dalla ricchezza (che a sua volta conferisce anche un notevole e intrascurabile potere politico), che non solo è al di sopra di chi, al contrario, è insignificante e si arroga il diritto, per il profitto, di giocare con le vite dei "più deboli", ma si sente anche al di sopra, spesso e volentieri, della legge; il “sistema” (davvero suggestivo come l’umanità diventi, nell’episodio di Neo Seul, l’unanimità); fino a tornare alla legge della giungla, dove scienza e potere politico/economico non esistono, dove, semplicemente, il più forte uccide il più debole. E “il più debole” non può fare altro che soccombere? Sì. A meno che le tante gocce d’acqua non si aiutino a vicenda, unendosi per formare un mare più grande. In ogni storia, è solo grazie all’amicizia (spesso nata da uno sguardo) che si riesce a sopravvivere e ad affrontare (e salire) l’erta più alta. Ecco i titoli delle sei storie (impossibile non ritrovare in ciascuna vicenda una miriade di analogie con altri film e romanzi): - Il viaggio nel Pacifico di Adam Ewing (1839) - Lettere da Zedelgem (1936) - Half-Lives - Il primo caso di Luisa Rey (1972) - L'orribile impiccio del signor Cavendish (2012) - La preghiera di Sonmi~451 (2144) - Sloosha Crossing e tutto il resto (2321) Quella ambientata nel presente vuole essere comica: la disavventura di un vecchio editore rinchiuso con l’inganno in una casa di riposo, dalla quale tenterà di evadere. Le altre hanno tutte toni più seri. Si va dal complotto autolesionista (come in V per Vendetta), fino alla schiavitù e alla totale mancanza di dignità prima di neri dell’Africa, poi di cloni artificiali. Innumerevoli sono i concetti filosofici espressi (non discuto sul loro valore) e non ci si poteva aspettare altrimenti dai Wachowski (per la cronaca: ho avuto professori di filosofia e psicologia, al liceo e in università, che sono rimasti molto affascinati da Matrix e dagli spunti di riflessione che offre), tra cui: il concetto di verità ("La Verità è singolare... le sue versioni sono Non-Verità") e quello di essere vivente, nel senso di essere senziente che esiste (esistiamo solo quando veniamo percepiti). Altra frase di grande rilevanza è: “La nostra vita non ci appartiene. Da grembo a tomba, siamo legati agli altri”, afferma la “replicante” Sonmi (come non accostare l’artificio a Blade Runner?!). Oltre alla questione extra-temporale, tale frase si lega al concetto espresso la riga precedente e alla necessità dell’essere umano di instaurare delle relazioni con gli altri; gli incontri che faremo durante la nostra vita, voluti o meno, condizioneranno inevitabilmente il nostro e l’altrui futuro. Forte è anche il legame con il suicidio (mostrato in una delle sei storie). Ritroviamo Matrix, oltre che nel fenomeno del déjà vu e nelle riflessioni filosofiche, nella “macelleria” in cui i corpi dei cloni sono appesi vuoti, senza vita, come carcasse di animali, simili ai campi in cui gli uomini vengono coltivati della precedente pellicola. Un’altra interessante analogia è nella statua di Sonmi, che ricorda la Statua della Libertà. E’ il film più costoso della storia della Germania ed essendo stato realizzato senza l'aiuto di nessuna grande produzione è probabilmente anche il film indipendente più costoso di sempre. Per quanto il modo di raccontare e di intrecciare le storie sia davvero ben costruito e siano innumerevoli i dettagli affascinanti disseminati ovunque, manca qualcosa. La pellicola “sfrutta una dimensione visiva straordinaria e alcune grandi intuizioni per un racconto non a livello” (Gabriele Niola, Mymovies). “Le storie non hanno l'intensità emotiva necessaria e nemmeno la forza ‘politica’ tale da rendere tutta l'operazione memorabile, equilibrando la confezione al contenuto” (Moviesushi.it). E’ un ritornello che, purtroppo, si sente troppo spesso negli ultimi anni e che fotografa (ahahah!) in modo calzante la recente offerta. Giusto per confondere ancora di più le idee (ma, ripeto, guardatelo e fatevi una vostra idea): “il film è così denso di momenti di vero cinema che si può passare sopra a tante ingenuità” (Andrea D'Addio filmup.leonardo.it).
Zack Snyder, dopo i successi ottenuti con 300 e Watchmen e
in attesa di presentare Suker Punch, sperimenta l’animazione e la terza
dimensione, realizzando un indiscutibile e oggettivo capolavoro visivo, “destinato
a rimanere, per molto tempo, ai vertici dell'eccellenza tecnica dei film in
animazione computerizzata” (Silenzio-in-sala.com).
“Il film è stato
concepito fin dall’inizio in 3D, studiato e pensato in funzione di questa
tecnologia. Questo vuole dire che ogni inquadratura, ogni disegno, ogni cosa
che io realizzavo… tutto veniva organizzato tenendo in mente questo”, dice il
regista.
Al 2010, anno di uscita del film, (ma forse la
considerazione si estende anche a oggi) offre il miglior 3D mai visto (insieme
ad Avatar). Ciò si completa con una cura minuziosa di qualsiasi dettaglio, con
degli sfondi letteralmente mozzafiato, con una caratterizzazione estetica
perfetta dei personaggi (le varietà di gufi) e delle loro espressioni facciali.
Scelta spiazzante quest’ultima (se si considera che l’espressione facciale in
un film d’animazione è limitata per sua natura e se a questo aggiungiamo che i
personaggi non sono uomini, ma gufi...), ma vincente. Si rimane stupefatti: le immagini che il film
regala sono talmente splendide che basterebbero queste per trasmettere il
carattere epico della storia e l’emozione che essa vuole suscitare.
Si parla di
capolavoro mancato, perché accanto all’estasi della visione, manca una storia
alla stessa altezza. Se su questo giudizio sono d’accordo, non lo sono con
quelli che reputano insufficiente la narrazione (situazione simile a quella di
Avatar). E’ vero che non è nulla di eccezionale o di originale, ma siamo
comunque di fronte ad un buon prodotto, a maggior ragione se paragonato agli
altri titoli dello stesso filone (intendo la trasposizione cinematografica di
saghe fantasy letterarie), ai catastrofici flop (nello script) regalatici da
Eragon, Narnia, Ember, Percy Jackson e compagnia. La sceneggiatura è stata
realizzata incorporando i primi tre capitoli (La cattura, Il grande
viaggio e Duello mortale), su quindici in totale, della saga fantasy
per ragazzi ‘I guardiani di Ga'Hoole’, scritta da Kathryn Lasky. Ecco
la pecca: unire tre libri in un unica pellicola di 1 ora e 24 minuti (circa…
titoli di coda esclusi) ha portato alla costruzione di una narrazione
sbrigativa, che racconta tutto troppo in fretta, dalla caratterizzazione dei
personaggi secondari alle dinamiche che li intrecciano.
E’ una storia epica:
si parla della lotta tra bene e male, di libertà e uguaglianza contrapposti
all’oppressione di chi si sente superiore, di due fratelli (Soren e Kludd)
cullati dalle storie (talmente epiche da diventare miti, leggende in cui
scegliere o meno di credere) raccontate dal padre sui Guardiani di Ga’hoole, che
tarparono le ali alle smanie di supremazia dei Puri. Caratterialmente molto
diversi, i due finiscono per prendere strade opposte, spinti dalle rispettive
concezioni di forza e debolezza, di coraggio e di famiglia. E le strade non
posso che essere quella dei Guardiani (guardiani della pace e della libertà) e quella del
lato oscuro, dei Puri, che corrompe l’animo.
Una volta giunto al
Grande Albero e al cospetto dei Guardini di Ga’hoole, Soren si rende conto che le suddette storie, che lo hanno fatto sognare e in cui ha
fermamente creduto, sono vere. Il giovane gufo “deve imparare a farsi portatore
del Mito (l’immagine più nitida del film è proprio l’antro di Ezylryb, dove
l’eroe del passato conserva quel testo, magnificamente aperto, che raccoglie le
leggende in divenire) […]. Ricordare quanto è stato raccontato è viverlo sulla
propria pelle e farlo ri-vivere al Mondo, i protagonisti alati de Il regno
di Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani non si stancano mai di ripeterlo,
ecco perchè i Puri sanno che la fine dei regni dei gufi può attuarsi solo per
mezzo dell’abbaglio lunare, che cancella la memoria di sè e della Storia. […]
E’ più giusto parlare di Mitologia e non di storie, per questo Il regno di
Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani è disseminato di archetipi, più che di
personaggi. Il Guerriero, lo Scout, il Navigatore, il Leader e il Cuore, così
lo Sciamano saluta la squadra di viaggiatori diretti verso il Grande Albero di
Ga’Hoole. […] Solo le passioni, nella loro magnifica imperfezione, resistono
alla degenerazione della materia, ecco perchè il percorso di formazione di
Soren si compie attraverso uno sguardo che per vedere non usa gli occhi, ma il ‘ventriglio’,
ossia la pancia e il cuore, e in tal modo diventa capace di dare un nome e un
corpo a ciò che esiste solo in potenza” (Sentieriselvaggi.it).
Il regista spiega: “E’ stata la prima volta che la violenza è
stata a sostegno della lotta più pura dell’eroe. E’ una violenza a sostegno di
questo e non quel tipo di violenza sovversiva presente in tutti i miei film. E’
una violenza innocente”. Innocente, ma pur sempre reale, concreta, che ferisce
la carne, che la mutila, che uccide. E di questo si rende subito conto Soren
quando incontra il suo eroe, Ezylryb, che poi chiamerà “maestro”, l’autore di
quella gesta ormai leggendarie e così epiche, maestose, sublimi. Un eroe che
non si mostra nella sua armatura luccicante, fiero e perfetto, ma segnato
permanentemente dalla battaglia, gloriosa nei racconti, ma “inferno” (così lo
definisce lo stesso Ezylryb) nella realtà. “Grande guerriero? Guerra
non fa nessuno grande”, ammoniva un altro mitologico maestro.
ATTENZIONE: nonostante le apparenze, NON è un film per
bambini (almeno non per i più piccoli, viste alcune scene e passaggi cruenti). Film d’animazione e animali nelle vesti
di protagonisti non sono sinonimi di opera rivolta ad un pubblico di infanti e
pre-adolescenti. E’ un prodotto apprezzabile da tutti.
Dall’uscita
di Avatar, ha preso piede una detestabile “moda” tra il pubblico
cinematografico (che, grazie ad internet, ha acquisito un’infinita vetrina in
cui esporre i propri giudizi): riempire di insulti i titoli più attesi della
stagione. Un “effetto snob” incomprensibile, diffusosi perché criticare “fa
figo”! Un film può piacere o meno ed è giusto dare giudizi negativi quando si
hanno delle valide motivazioni (anche non oggettive, ma personali… stiamo
sempre parlando di gusti), ma è davvero fastidioso sentire e leggere opinioni
campate per aria, prive di ogni fondamento, solo per il gusto di “andare
contro”. (Chiusa parentesi)
Dopo Il
pianeta delle scimmie (e, prima ancora, Star Wars… ma ce ne sono molti altri),
anche Alien si guarda indietro e si completa con un prequel (uno?). Nostalgia e
curiosità vengono bilanciate da un altro fattore psicologico: ciò che
maggiormente ci intriga e desideriamo è da sempre proprio ciò che non abbiamo…
e un prequel, che trova la sua ragion d’essere nello spiegare, nel darci ciò
che ci è mancato prima, va inevitabilmente ad affievolire il nostro trasporto
emotivo (creato, appunto, da quel mistero ora risolto).
L’idea del
film è quella di dare delle risposte, ma anche di aggiungere altre domande, di
far sorgere nuovi quesiti, facendo dell’incompiutezza della trama il punto
forte. I protagonisti partono con la speranza di trovare risposta alle classiche
domande: “Chi ci ha creati e perché?”. Il film risponde alla prima domanda nei
primi 3 minuti, mentre alla seconda, che rimarrà insoluta, se ne aggiungeranno
di nuove: un puramente gnoseologico “Chi ha creato chi ci ha creato?” e un più
concreto “Perchè vogliono distruggerci?”. Ciò in previsione del sequel di
Prometheus (che farà di quest’ultimo il prequel del prequel). Il problema è che
succede “troppo” e tutto scivola via senza i dovuti approfondimenti, portando
alla creazione di nuovi interrogativi sì interessanti, ma nati da un’atmosfera
non abbastanza intrigante. Dove Alien suggeriva ed evocava, creava mistero e
infondeva un senso di inquietudine per tutta la durata, Prometheus mostra e
spiega (come dovrebbe fare un prequel), ma, come detto, non riesce a creare il
giusto coinvolgimento e trasporto emotivo nel suo altro obiettivo, quello di
porre le nuove domande.
E’ proprio
questa la pecca di cui si macchia la storia: le potenzialità del film erano
enormi e non sono state sfruttate completamente, finendo per diventare un
capolavoro mancato.
La necessità
del pubblico odierno di avere tutte le risposte, un pubblico viziato “da una
filmografia che ha l’obbligo di spiegare allo spettatore ogni minimo dettaglio”
(Matteo Brufatto, Filmup), ha contribuito ad aumentare le critiche.
Detto ciò,
il mio giudizio sul film è più che positivo!
Lo sviluppo
della mitologia di Alien è un fattore indispensabile e ben realizzato nei
concetti e nelle idee (ad eccezione del mancato approfondimento).
Il
riferimento ad Alien è immediatamente percepibile (e ragion d’essere del film):
il titolo dell’opera compare esattamente come nel primo capitolo. A questo si
susseguono tutta una serie di rimandi, più o meno evidenti: dialoghi e
inquadrature (praticamente identici, come l’astronave che prima si avvicina al
pianeta e poi si allinea con esso per cominciare l’atterraggio, o il capitano
che avvisa l’equipaggio: “Contatto con il suolo tra 5, 4, 3, …”, ecc.), intere
scene e azioni (prima fra tutte, il risveglio dalla criostasi), oggetti
(lanciafiamme) e creature (simili a quelle del primo film, ma non propriamente
le stesse). E questi sono solo alcuni degli esempi. Fondamentale è la presenza
di un robot, che agisce da soggetto attivo nella diegesi: in Alien era Ash, in
Prometheus l’androide si chiama David. Se nel film del ’79 uno dei migliori
colpi di scena era la scoperta della vera natura di Ash (che lo spettatore, per
quasi tutto il racconto, crede essere un normale uomo), qui viene
esplicitamente dichiarato all’inizio (ma non proprio subito). Chi ha visto e
ricorda Alien, non ha bisogno di aspettare che sia il racconto a dirlo, lo
intuisce immediatamente (non è questo il bello?). David è il protagonista di una scena
volutamente identica ad una del predecessore (per anno di uscita, si intende):
la testa del robot, staccata dal resto del corpo, che continua a parlare.
Ridley Scott spiega: “Anche se Alien è stato effettivamente il
punto di partenza del progetto, dal processo creativo è emersa una nuova e
grandiosa mitologia e un universo in cui si ambienta questa storia originale. I
fan attenti riconosceranno filamenti del DNA di Alien, ma le idee che
toccheremo in questo film sono uniche, grandi e provocative”.
Ed effettivamente, il motore della storia
non è “Com’è nato Alien?”… bensì “Com’è nato l’uomo?”. Gli Aliens sono una
sorta di effetto collaterale nella narrazione. I temi trattati (ribadisco,
seppur con troppa fretta) vanno ben oltre a ciò che ci si aspetterebbe dal
prequel di tale film! E’ una cosa da non sottovalutare (e da tenere in
considerazione quando si dà un giudizio della pellicola): L’alba del Pianeta
delle Scimmie (che mi è piaciuto molto) è basto sulla spiegazione di come sono
nate queste scimmie superiori e intelligenti, Prometheus non è l’illustrazione
della creazione degli Aliens, è qualcosa che va oltre a questo obiettivo.
Apro una
nuova parentesi: è difficilissimo paragonare due opere così lontane nel tempo.
I contesti in cui sono state realizzate sono assai diversi e va tenuto conto di
questo nel confronto (cosa che spesso e volentieri non si fa). Prometheus nasce
in un periodo cinematografico che vede (!!!) la spettacolarizzazione estrema e
invasiva al di sopra (e a discapito) dello script, dell’approfondimento della
storia e della psicologia dei personaggi.
(Chiudo anche questa parentesi… ma ne colgo il tema per proseguire…)
Graficamente
parlando, il film è davvero spettacolare! Il realismo è ai massimi livelli!
Questo perché i set sono stati realmente costruiti e gli Ingegneri sono
interpretati da attori veri mascherati (e non creazioni digitali). E a questo
si deve aggiungere un 3D splendido, immersivo e avvolgente, e una cura
minuziosa di tutti i dettagli visivi.
Un paio di
impressioni personali: dopo lo scongelamento, l’equipaggio assiste ad un
filmato/ologramma preregistrato da Peter Weyland, miliardario padrone Weyland
Corporation e mandante della spedizione, che assomiglia molto (nella forma) al
video introduttivo del Jurassic Park (con la registrazione di John Hammond,
creatore del parco, che spiega agli ospiti/cavie); la scena in cui la
dottoressa Shaw trasporta corpo e testa di David mi ha fatto pensare a C3PO.
Note
negative: il doppiaggio italiano è come sempre scadente (e non mi dilungo più
di così); il trailer spiega praticamente ogni cosa, senza lasciare allo
spettatore il gusto di scoprire. Viene addirittura mostrata una delle scene
finali, con tanto di parlato… sputtanando tutto: che i Creatori (gli Ingegneri)
volessero distruggerci lo sapevamo tutti ancor prima di vedere il film… proprio
grazie al magistrale trailer!
Per
concludere, vi consiglio la lettura del seguente articolo (che offre molte
curiosità interessanti!):
‘La mia vita
a Garden State’ vede Zach Braff nei panni di sceneggiatore, regista e attore
protagonista, “tutto questo per la sua voglia di tratteggiare un ritratto della
sua generazione di ventenni alla ricerca del classico qualcosa” (Valerio Salvi,
Filmfilm.it), in “un debutto molto convincente, quasi vicino al capolavoro” (www.ilcinemasecondome.net).
Si tratta di
un film “esistenziale”, un ritorno a casa utilizzato come occasione per
cominciare un esame della propria vita passata e futura. Temi tutt’altro che
originali, ma raccontati con “una semplicità narrativa invidiabile, senza
rinunciare alla profondità, e un’ironia vicina al surreale” (www.ilcinemasecondome.net).
E’ una pellicola “in grado di toccare nell’intimo, di spingere alla riflessione
o anche più semplicemente di commuovere” (Federico Gironi, Duellanti), che Zach
Braff riesce a rivestire con “uno humour originale e multiforme, una fresca
creatività, un tocco di onesto romanticismo e, per finire, un messaggio universalmente
comprensibile e condivisibile trasmesso con sincero trasporto” (Alessia
Starace, movieplayer.it). “Più che ad una storia assistiamo alla messa in scena
delle emozioni dei protagonisti” (Valerio Salvi, Filmfilm.it).
Dominato
dall’atarassia, dovuta alla terapia antidepressiva/calmante (mai abbandonata)
prescritta dal padre/psichiatra, Andrew Largeman vive nell’apatia, incapace di
soffrire e di essere felice. Da bambino, un incidente da lui causato ha portato
alla paralisi della madre e all’inizio della sua terapia farmacologica.
Tornato
nella città natale (dopo nove anni) per dare l’ultimo saluto alla madre, appena
deceduta, non riesce a versare una lacrima nemmeno al funerale.
La scossa
arriva dall’incontro con Sam (Natalie Portman), una ragazza solare ed
estroversa, sul cui volto si staglia sempre uno splendido sorriso, che evade
dal senso di monotonia e “insignificanza” inventando continue e piccole bugie.
Questo incontro indurrà Andrew a tentare di scoprire sé stesso, interrompendo
l’assunzione dei medicinali, affrontando il senso di colpa per l’incidente
della madre, aprendosi alla responsabilità di provare e al rischio di
sbagliare, al dolore e all’amore.
Ho
acquistato il dvd di questo film incuriosito dalla presenza di Zach Braff (sono
un fan di Scrubs e della sua comicità) e soprattutto dal trailer, che mostra
abilmente alcune delle gag presenti. Mi aspettavo dunque una commedia
divertente… la realtà è ben altra, è molto di più di questo! Le scenette
comiche fanno da contorno, da completamento al livello sentimentale e
introspettivo, inaspettatamente profondo.
Arriva il
momento, nella vita di ciascuno, in cui ci si rende conto che quella che fino a
quel momento abbiamo chiamato “casa” non è più percepita come tale e ci si
sente smarriti. Tale smarrimento, dovuto alla mancanza improvvisa di un luogo
(astratto, mentale… più che fisico) in cui fare ritorno, è impossibile da
ignorare e conduce all’inizio della ricerca di una nuova casa.
Sarà perché
questo senso di smarrimento e il desiderio di trovare un nuovo luogo in cui
sentirmi “a casa” erano forti dentro di me quando l’ho visto per la prima
volta, che questo film mi ha toccato profondamente, colpito e coinvolto.
La
narrazione termina con un “finale aperto, senza risposte e con la sola speranza
di stare facendo la cosa giusta. Esattamente come nella vita di tutti noi”
(Marco Spagnoli, Rivista del cinematografo). E’ un finale che sprigiona
un’energia squassante, che non ti aspetti, una scena che ancora una volta
riesce a coinvolge lo spettatore e farlo emozionare. Una ciliegina sulla torta…
uno tra i più bei finali (nel genere) che abbia visto (considerando che,
solitamente, le commedie terminano in modo scontato, spesso banale).
Wikipedia fornisce una piccola curiosità a proposito
del titolo (Garden State, in originale): “in Italia il titolo è reso ‘La
mia vita a Garden State’. È un ovvio richiamo alla serie che ha lanciato
Braff, ‘Scrubs - Medici ai primi ferri’, dove tutti gli episodi hanno un
titolo che inizia con ‘il mio…/la mia…’”.