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16 ottobre 2013

Cloud Atlas (2012) - La mia recensione



Critiche e recensioni (ancora una volta) divise diametralmente: capolavoro vs noia mortale; filosofia da supermercato vs intuizioni toccanti che fanno riflettere. 
In sostanza: guardatevi il film e giudicate da soli!
Personalmente, la narrazione mi ha incuriosito e trascinato (per una buona metà del film non ci si capisce niente… e io sentivo il bisogno di iniziare a comprendere qualcosa), le 3 ore non sono state per niente noiose. “Lo odi o lo ami”, si dice spesso. Io qui sto in mezzo, leggermente sbilanciato verso il piatto del positivo.

Sei storie, situate in differenti epoche (3 nel passato, 1 nel presente e 2 nel futuro) e luoghi, ma collegate da un filo invisibile e vissute dalle stesse persone (in una sorta di reincarnazione inconsapevole), dagli stessi attori che cambiano età, etnia, sesso, ma anche il ruolo all’interno dell’azione: una volta protagonisti, un’altra personaggi secondari, sempre con la stessa indole; rivivendo (con la percezione come di un déjà vu) amori e passioni, situazioni di pericolo e di indecisione, con esiti che variano a seconda delle circostanze.
Sei linee narrative che si intrecciato a ritmo serrato, con un montaggio che lavora sulle (inevitabili, per come è costruito il “tutto”) analogie delle singole vicende: associazioni, affinità di oggetti o di eventi, creando “una narrazione sospesa che incrocia le storie con gran senso del cinema […] Il montaggio delle diverse storie infatti non è per nulla regolare e salta di storia in storia inventando molto, alle volte lasciando diversi minuti ad ognuna, altre rimanendo con essa solo pochi secondi. L'idea è di riuscire a suggerire grazie alla giustapposizione del montaggio, il legame tra diverse epoche, diverse persone o diverse azioni” (Gabriele Niola, Mymovies).
Se per più di metà film risulta difficile raccapezzarsi, alla fine molte tessere trovano il loro posto e il quadro diventa perlomeno comprensibile: l’idea che collega le singole storie e che forma il tutto diventa chiara (rimangono alcuni dubbi, incertezze e curiosità… che una seconda visione potrà probabilmente dissipare).

Tratto dall’omonimo romanzo best-seller di David Mitchell, il film non dogmatizza l’idea della reincarnazione, non la spiega, la usa semplicemente come pretesto per evidenziare i corsi e ricorsi della Storia, quest'ultima intesa sia con la "S" maiuscola che in riferimento all’animo e all’indole del singolo essere umano. Infatti, la peculiarità comune a tutte le storie è l’oppressione: ogni volta tramite mezzi differenti, il più forte sovrasta il più debole. 
Chi è “il più forte”? E’ il bianco, occidentale, tecnologicamente e (in senso più ampio) scientificamente avanzato che schiavizza i neri; è il medico che, dall’alto del suo sapere, avvelena il paziente fingendo di curarlo da una grave malattia, al fine di derubarlo; il potente, il cui potere è dato dalla ricchezza (che a sua volta conferisce anche un notevole e intrascurabile potere politico), che non solo è al di sopra di chi, al contrario, è insignificante e si arroga il diritto, per il profitto, di giocare con le vite dei "più deboli", ma si sente anche al di sopra, spesso e volentieri, della legge; il “sistema” (davvero suggestivo come l’umanità diventi, nell’episodio di Neo Seul, l’unanimità); fino a tornare alla legge della giungla, dove scienza e potere politico/economico non esistono, dove, semplicemente, il più forte uccide il più debole.
E “il più debole” non può fare altro che soccombere? Sì. A meno che le tante gocce d’acqua non si aiutino a vicenda, unendosi per formare un mare più grande. In ogni storia, è solo grazie all’amicizia (spesso nata da uno sguardo) che si riesce a sopravvivere e ad affrontare (e salire) l’erta più alta.

Ecco i titoli delle sei storie (impossibile non ritrovare in ciascuna vicenda una miriade di analogie con altri film e romanzi):
- Il viaggio nel Pacifico di Adam Ewing (1839)
- Lettere da Zedelgem (1936)
- Half-Lives - Il primo caso di Luisa Rey (1972)
- L'orribile impiccio del signor Cavendish (2012)
- La preghiera di Sonmi~451 (2144)
- Sloosha Crossing e tutto il resto (2321)

Quella ambientata nel presente vuole essere comica: la disavventura di un vecchio editore rinchiuso con l’inganno in una casa di riposo, dalla quale tenterà di evadere.
Le altre hanno tutte toni più seri. Si va dal complotto autolesionista (come in V per Vendetta), fino alla schiavitù e alla totale mancanza di dignità prima di neri dell’Africa, poi di cloni artificiali.
Innumerevoli sono i concetti filosofici espressi (non discuto sul loro valore) e non ci si poteva aspettare altrimenti dai Wachowski (per la cronaca: ho avuto professori di filosofia e psicologia, al liceo e in università, che sono rimasti molto affascinati da Matrix e dagli spunti di riflessione che offre), tra cui: il concetto di verità ("La Verità è singolare... le sue versioni sono Non-Verità") e quello di essere vivente, nel senso di essere senziente che esiste (esistiamo solo quando veniamo percepiti).
Altra frase di grande rilevanza è: “La nostra vita non ci appartiene. Da grembo a tomba, siamo legati agli altri”, afferma la “replicante” Sonmi (come non accostare l’artificio a Blade Runner?!). Oltre alla questione extra-temporale, tale frase si lega al concetto espresso la riga precedente e alla necessità dell’essere umano di instaurare delle relazioni con gli altri; gli incontri che faremo durante la nostra vita, voluti o meno, condizioneranno inevitabilmente il nostro e l’altrui futuro. Forte è anche il legame con il suicidio (mostrato in una delle sei storie).

Ritroviamo Matrix, oltre che nel fenomeno del déjà vu e nelle riflessioni filosofiche, nella “macelleria” in cui i corpi dei cloni sono appesi vuoti, senza vita, come carcasse di animali, simili ai campi in cui gli uomini vengono coltivati della precedente pellicola.
Un’altra interessante analogia è nella statua di Sonmi, che ricorda la Statua della Libertà.

E’ il film più costoso della storia della Germania ed essendo stato realizzato senza l'aiuto di nessuna grande produzione è probabilmente anche il film indipendente più costoso di sempre.

Per quanto il modo di raccontare e di intrecciare le storie sia davvero ben costruito e siano innumerevoli i dettagli affascinanti disseminati ovunque, manca qualcosa. La pellicola “sfrutta una dimensione visiva straordinaria e alcune grandi intuizioni per un racconto non a livello” (Gabriele Niola, Mymovies). “Le storie non hanno l'intensità emotiva necessaria e nemmeno la forza ‘politica’ tale da rendere tutta l'operazione memorabile, equilibrando la confezione al contenuto” (Moviesushi.it). E’ un ritornello che, purtroppo, si sente troppo spesso negli ultimi anni e che fotografa (ahahah!) in modo calzante la recente offerta.

Giusto per confondere ancora di più le idee (ma, ripeto, guardatelo e fatevi una vostra idea): “il film è così denso di momenti di vero cinema che si può passare sopra a tante ingenuità” (Andrea D'Addio filmup.leonardo.it).

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