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17 ottobre 2013

Django Unchained (2013) - La mia recensione




Non volevo scrivere una recensione di Django Unchained, ma l’insistenza di una persona a cui non posso dire “no” (che ha adorato, ma proprio tanto, il film) mi ha spinto a mettermi alla tastiera.
Non volevo scrivere per un semplice motivo: Tarantino.
Non è mia natura quella di pubblicare brevi commenti del tipo: “Un film che entrerà nella storia! Mi è piaciuto da impazzire!”; cerco di andare più a fondo e di motivare le mie impressioni (anche attraverso citazioni di critici del web). Ma questo è Tarantino: è troppo complesso perché uno come me (che qualcosa ha studiato, ma non abbastanza da aver acquisto le conoscenze tali da vedere e capire) possa analizzare l’opera nel dettaglio.
Chiusa parentesi. Farò quel che posso: un semplice giudizio personale.

Questa “storia d’amore in salsa western ai tempi della schiavitù” (cineblog.it) scorre incalzante, senza tregua, varcando generi e attraversando più finali, in quasi 3 ore di film. “Tanti ingredienti, forse troppi, eppure talmente digeribili da non stancare mai” (ibidem).

In piena continuità stilistica e tematica con “Bastardi senza gloria”, parte della vicenda si svolge nuovamente in un teatro (Candyland, metaforicamente parlando), addentrandosi in un gioco della messa in scena, un gioco delle parti e il pericoloso scambio delle stesse (sorveglianti e sorvegliati, cacciatori e prede). “Mai uscire dalla parte” è il monito del dottor Schultz.
Di nuovo “vendetta storica”. Crimini dell’umanità: prima nazismo, ora schiavitù.
Come nel precedente (Bastardi senza gloria), troviamo diversi anacronismi: gli occhiali da sole e la dinamite ne sono esempi lampanti. Il regista non vuole rimanere fedele alla Storia, ma la adatta per renderla coerente e funzionale alla “sua” storia.

Rispetto al “solito” Tarantino, è interessante notare come la narrazione sia stavolta lineare. Il regista ci ha abituati alla scomposizione in blocchi temporali, divisione in capitoli, storie parallele che si intrecciano e convergono. Qui, eccezion fatta per un paio di brevi scene di flashback o ricordi onirici, tutto si svolge in linea retta. Il tempo offre differenze anche nel confronto con le opere di Sergio Leone, “lente” per definizione. Il ritmo di Django Unchained è, invece, veloce e avvincente.

Django, schiavo o uomo libero che sia, è pregno d’amore e lotta per esso. Il western si ibrida e si trasforma nella fiaba tedesca di Sigfrido e Brunilde (che il dottor Schultz racconta a Django, ma che, come egli stesso ammette, non ricorda con precisione… forse è proprio per questo che la commistione dei generi e delle trame può avvenire). In tutto questo c’è spazio anche per qualcos’altro: tra sparatorie e sentimenti,  “si ride, di gusto, con intelligenza e furbizia” (ibidem). La vena comica offerta dal personaggio del dentista/cacciatore tedesco è eccezionale! E non si può non citare l’improvviso flashback dei cappucci bianchi, che va a “smontare il mito del Ku Klux Klan, nato proprio tra il 1865 e il 1900. Con una singola scena, talmente assurda da suscitare i crampi dal ridere, Tarantino distrugge ciò che è stato e che è tutt’ora il razzismo” (ibidem).

Candy impersona “la cultura ipocrita positivista che imperversava negli anni in cui il film è ambientato” (ibidem); Django è la speranza: la fierezza con cui cavalca il suo ronzino nasce dalla consapevolezza di poter dimostrare come la dignità sia di tutti e il tempo della schiavitù possa essere sconfitto; il dottor Schultz inizialmente “gioca con la legge e con le parole per portare a compimento le sue poco ortodosse operazioni di giustizia, assume con il passare del tempo spessore e sensibilità maggiori, fino a divenire il simbolo di una strada da seguire, la guida materiale e spirituale di Django” (ibidem).

La splendida colonna sonora è calzante nel suo essere ibrida, nel mescolare il passato al presente e diversi generi.

Ho trovato alquanto stonate alcune scene nel finale, ad esempio quando Brunilde si tappa le orecchie e, dopo l’esplosione, applaude o l'uscita di scena di Miss Lara (che, sul momento, mi ha fatto ridere… ma ripensandoci…). L’omaggio al western sembra in questi frammenti, a mio parere, trasformarsi in parodia (unico neo di un film strepitoso).

“Come ‘scrive’ lui [Quentin Tarantino], pennellando personaggi leggendari, in quel di Hollywood non ne ce ne sono più di tanti. […] Un grande film. Uno di quei film che lasciano il segno.” (cineblog.it)

“Il piacere del cinema, di farlo così come di ammirarlo, è in ogni piega del testo: nella recitazione espansiva dei protagonisti; nella potenza del dialogo; nell'uso della musica e degli sguardi […] E’ un'opera impeccabile.” (Marianna Cappi, Mymovies.it)

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