Non volevo scrivere una recensione di Django Unchained, ma l’insistenza
di una persona a cui non posso dire “no” (che ha adorato, ma proprio tanto, il
film) mi ha spinto a mettermi alla tastiera.
Non volevo scrivere per un semplice motivo: Tarantino.
Non è mia natura quella di pubblicare brevi commenti del
tipo: “Un film che entrerà nella storia! Mi è piaciuto da impazzire!”; cerco di
andare più a fondo e di motivare le mie impressioni (anche attraverso citazioni
di critici del web). Ma questo è Tarantino: è troppo complesso perché uno come
me (che qualcosa ha studiato, ma non abbastanza da aver acquisto le conoscenze
tali da vedere e capire) possa analizzare l’opera nel dettaglio.
Chiusa parentesi. Farò quel che posso: un semplice giudizio personale.
Questa “storia d’amore in salsa western ai tempi della
schiavitù” (cineblog.it) scorre incalzante, senza tregua, varcando generi e attraversando
più finali, in quasi 3 ore di film. “Tanti ingredienti, forse troppi, eppure
talmente digeribili da non stancare mai” (ibidem).
In piena continuità stilistica e tematica con “Bastardi
senza gloria”, parte della vicenda si svolge nuovamente in un teatro (Candyland,
metaforicamente parlando), addentrandosi in un gioco della messa
in scena, un gioco delle parti e il pericoloso scambio delle stesse (sorveglianti e sorvegliati,
cacciatori e prede). “Mai uscire dalla parte” è il monito del dottor Schultz.
Di nuovo “vendetta storica”. Crimini dell’umanità: prima
nazismo, ora schiavitù.
Come nel precedente (Bastardi senza gloria), troviamo diversi anacronismi: gli
occhiali da sole e la dinamite ne sono esempi lampanti. Il regista non vuole rimanere
fedele alla Storia, ma la adatta per renderla coerente e funzionale alla “sua”
storia.
Rispetto al “solito” Tarantino, è interessante notare come
la narrazione sia stavolta lineare. Il regista ci ha abituati alla scomposizione
in blocchi temporali, divisione in capitoli, storie parallele che si
intrecciano e convergono. Qui, eccezion fatta per un paio di brevi scene di
flashback o ricordi onirici, tutto si svolge in linea retta. Il tempo offre
differenze anche nel confronto con le opere di Sergio Leone, “lente” per
definizione. Il ritmo di Django Unchained è, invece, veloce e avvincente.
Django, schiavo o uomo libero che sia, è pregno d’amore e lotta
per esso. Il western si ibrida e si trasforma nella fiaba tedesca di Sigfrido e
Brunilde (che il dottor Schultz racconta a Django, ma che, come egli stesso
ammette, non ricorda con precisione… forse è proprio per questo che la
commistione dei generi e delle trame può avvenire). In tutto questo c’è spazio
anche per qualcos’altro: tra sparatorie e sentimenti, “si ride, di gusto, con intelligenza e
furbizia” (ibidem). La vena comica offerta dal personaggio del
dentista/cacciatore tedesco è eccezionale! E non si può non citare l’improvviso
flashback dei cappucci bianchi, che va a “smontare il mito del Ku Klux Klan,
nato proprio tra il 1865 e il 1900. Con una singola scena, talmente assurda da
suscitare i crampi dal ridere, Tarantino distrugge ciò che è stato e che è
tutt’ora il razzismo” (ibidem).
Candy impersona “la cultura ipocrita positivista che
imperversava negli anni in cui il film è ambientato” (ibidem); Django è la
speranza: la fierezza con cui cavalca il suo ronzino nasce dalla consapevolezza
di poter dimostrare come la dignità sia di tutti e il tempo della schiavitù possa
essere sconfitto; il dottor Schultz inizialmente “gioca con la legge e con le
parole per portare a compimento le sue poco ortodosse operazioni di giustizia,
assume con il passare del tempo spessore e sensibilità maggiori, fino a
divenire il simbolo di una strada da seguire, la guida materiale e
spirituale di Django” (ibidem).
La splendida colonna sonora è calzante nel suo essere ibrida, nel mescolare il passato al presente e diversi generi.
Ho trovato alquanto stonate alcune scene nel finale, ad
esempio quando Brunilde si tappa le orecchie e, dopo l’esplosione, applaude o l'uscita
di scena di Miss Lara (che, sul momento, mi ha fatto ridere… ma ripensandoci…).
L’omaggio al western sembra in questi frammenti, a mio parere, trasformarsi in
parodia (unico neo di un film strepitoso).
“Come ‘scrive’ lui [Quentin Tarantino], pennellando
personaggi leggendari, in quel di Hollywood non ne ce ne sono più di tanti. […]
Un grande film. Uno di quei film che lasciano il segno.” (cineblog.it)
“Il piacere del cinema, di farlo così come di ammirarlo, è
in ogni piega del testo: nella recitazione espansiva dei protagonisti; nella
potenza del dialogo; nell'uso della musica e degli sguardi […] E’ un'opera
impeccabile.” (Marianna Cappi, Mymovies.it)
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