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13 ottobre 2013

La mia vita a Garden State (2004) - La mia recensione



‘La mia vita a Garden State’ vede Zach Braff nei panni di sceneggiatore, regista e attore protagonista, “tutto questo per la sua voglia di tratteggiare un ritratto della sua generazione di ventenni alla ricerca del classico qualcosa” (Valerio Salvi, Filmfilm.it), in “un debutto molto convincente, quasi vicino al capolavoro” (www.ilcinemasecondome.net).
Si tratta di un film “esistenziale”, un ritorno a casa utilizzato come occasione per cominciare un esame della propria vita passata e futura. Temi tutt’altro che originali, ma raccontati con “una semplicità narrativa invidiabile, senza rinunciare alla profondità, e un’ironia vicina al surreale” (www.ilcinemasecondome.net). E’ una pellicola “in grado di toccare nell’intimo, di spingere alla riflessione o anche più semplicemente di commuovere” (Federico Gironi, Duellanti), che Zach Braff riesce a rivestire con “uno humour originale e multiforme, una fresca creatività, un tocco di onesto romanticismo e, per finire, un messaggio universalmente comprensibile e condivisibile trasmesso con sincero trasporto” (Alessia Starace, movieplayer.it). “Più che ad una storia assistiamo alla messa in scena delle emozioni dei protagonisti” (Valerio Salvi, Filmfilm.it).

Dominato dall’atarassia, dovuta alla terapia antidepressiva/calmante (mai abbandonata) prescritta dal padre/psichiatra, Andrew Largeman vive nell’apatia, incapace di soffrire e di essere felice. Da bambino, un incidente da lui causato ha portato alla paralisi della madre e all’inizio della sua terapia farmacologica.
Tornato nella città natale (dopo nove anni) per dare l’ultimo saluto alla madre, appena deceduta, non riesce a versare una lacrima nemmeno al funerale.
La scossa arriva dall’incontro con Sam (Natalie Portman), una ragazza solare ed estroversa, sul cui volto si staglia sempre uno splendido sorriso, che evade dal senso di monotonia e “insignificanza” inventando continue e piccole bugie. Questo incontro indurrà Andrew a tentare di scoprire sé stesso, interrompendo l’assunzione dei medicinali, affrontando il senso di colpa per l’incidente della madre, aprendosi alla responsabilità di provare e al rischio di sbagliare, al dolore e all’amore.

Ho acquistato il dvd di questo film incuriosito dalla presenza di Zach Braff (sono un fan di Scrubs e della sua comicità) e soprattutto dal trailer, che mostra abilmente alcune delle gag presenti. Mi aspettavo dunque una commedia divertente… la realtà è ben altra, è molto di più di questo! Le scenette comiche fanno da contorno, da completamento al livello sentimentale e introspettivo, inaspettatamente profondo.
Arriva il momento, nella vita di ciascuno, in cui ci si rende conto che quella che fino a quel momento abbiamo chiamato “casa” non è più percepita come tale e ci si sente smarriti. Tale smarrimento, dovuto alla mancanza improvvisa di un luogo (astratto, mentale… più che fisico) in cui fare ritorno, è impossibile da ignorare e conduce all’inizio della ricerca di una nuova casa.
Sarà perché questo senso di smarrimento e il desiderio di trovare un nuovo luogo in cui sentirmi “a casa” erano forti dentro di me quando l’ho visto per la prima volta, che questo film mi ha toccato profondamente, colpito e coinvolto.

La narrazione termina con un “finale aperto, senza risposte e con la sola speranza di stare facendo la cosa giusta. Esattamente come nella vita di tutti noi” (Marco Spagnoli, Rivista del cinematografo). E’ un finale che sprigiona un’energia squassante, che non ti aspetti, una scena che ancora una volta riesce a coinvolge lo spettatore e farlo emozionare. Una ciliegina sulla torta… uno tra i più bei finali (nel genere) che abbia visto (considerando che, solitamente, le commedie terminano in modo scontato, spesso banale).

Wikipedia fornisce una piccola curiosità a proposito del titolo (Garden State, in originale): “in Italia il titolo è reso ‘La mia vita a Garden State’. È un ovvio richiamo alla serie che ha lanciato Braff, ‘Scrubs - Medici ai primi ferri’, dove tutti gli episodi hanno un titolo che inizia con ‘il mio…/la mia…’”.

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