‘La mia vita a Garden State’ vede Zach Braff nei panni di sceneggiatore, regista e attore protagonista, “tutto questo per la sua voglia di tratteggiare un ritratto della sua generazione di ventenni alla ricerca del classico qualcosa” (Valerio Salvi, Filmfilm.it), in “un debutto molto convincente, quasi vicino al capolavoro” (www.ilcinemasecondome.net).
Si tratta di
un film “esistenziale”, un ritorno a casa utilizzato come occasione per
cominciare un esame della propria vita passata e futura. Temi tutt’altro che
originali, ma raccontati con “una semplicità narrativa invidiabile, senza
rinunciare alla profondità, e un’ironia vicina al surreale” (www.ilcinemasecondome.net).
E’ una pellicola “in grado di toccare nell’intimo, di spingere alla riflessione
o anche più semplicemente di commuovere” (Federico Gironi, Duellanti), che Zach
Braff riesce a rivestire con “uno humour originale e multiforme, una fresca
creatività, un tocco di onesto romanticismo e, per finire, un messaggio universalmente
comprensibile e condivisibile trasmesso con sincero trasporto” (Alessia
Starace, movieplayer.it). “Più che ad una storia assistiamo alla messa in scena
delle emozioni dei protagonisti” (Valerio Salvi, Filmfilm.it).
Dominato
dall’atarassia, dovuta alla terapia antidepressiva/calmante (mai abbandonata)
prescritta dal padre/psichiatra, Andrew Largeman vive nell’apatia, incapace di
soffrire e di essere felice. Da bambino, un incidente da lui causato ha portato
alla paralisi della madre e all’inizio della sua terapia farmacologica.
Tornato
nella città natale (dopo nove anni) per dare l’ultimo saluto alla madre, appena
deceduta, non riesce a versare una lacrima nemmeno al funerale.
La scossa
arriva dall’incontro con Sam (Natalie Portman), una ragazza solare ed
estroversa, sul cui volto si staglia sempre uno splendido sorriso, che evade
dal senso di monotonia e “insignificanza” inventando continue e piccole bugie.
Questo incontro indurrà Andrew a tentare di scoprire sé stesso, interrompendo
l’assunzione dei medicinali, affrontando il senso di colpa per l’incidente
della madre, aprendosi alla responsabilità di provare e al rischio di
sbagliare, al dolore e all’amore.
Ho
acquistato il dvd di questo film incuriosito dalla presenza di Zach Braff (sono
un fan di Scrubs e della sua comicità) e soprattutto dal trailer, che mostra
abilmente alcune delle gag presenti. Mi aspettavo dunque una commedia
divertente… la realtà è ben altra, è molto di più di questo! Le scenette
comiche fanno da contorno, da completamento al livello sentimentale e
introspettivo, inaspettatamente profondo.
Arriva il
momento, nella vita di ciascuno, in cui ci si rende conto che quella che fino a
quel momento abbiamo chiamato “casa” non è più percepita come tale e ci si
sente smarriti. Tale smarrimento, dovuto alla mancanza improvvisa di un luogo
(astratto, mentale… più che fisico) in cui fare ritorno, è impossibile da
ignorare e conduce all’inizio della ricerca di una nuova casa.
Sarà perché
questo senso di smarrimento e il desiderio di trovare un nuovo luogo in cui
sentirmi “a casa” erano forti dentro di me quando l’ho visto per la prima
volta, che questo film mi ha toccato profondamente, colpito e coinvolto.
La
narrazione termina con un “finale aperto, senza risposte e con la sola speranza
di stare facendo la cosa giusta. Esattamente come nella vita di tutti noi”
(Marco Spagnoli, Rivista del cinematografo). E’ un finale che sprigiona
un’energia squassante, che non ti aspetti, una scena che ancora una volta
riesce a coinvolge lo spettatore e farlo emozionare. Una ciliegina sulla torta…
uno tra i più bei finali (nel genere) che abbia visto (considerando che,
solitamente, le commedie terminano in modo scontato, spesso banale).
Wikipedia fornisce una piccola curiosità a proposito
del titolo (Garden State, in originale): “in Italia il titolo è reso ‘La
mia vita a Garden State’. È un ovvio richiamo alla serie che ha lanciato
Braff, ‘Scrubs - Medici ai primi ferri’, dove tutti gli episodi hanno un
titolo che inizia con ‘il mio…/la mia…’”.
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