Cincopa Gallery
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27 novembre 2013
"Journey Through Middle-Earth": esplora la Terra di Mezzo
Accedete al seguente link per esplorare i luoghi della Terra di Mezzo, un sito (ancora in costruzione) realizzato in collaborazione con i produttori della trilogia cinematografica dello Hobbit.
http://middle-earth.thehobbit.com/map
25 novembre 2013
Kim Ki-Duk (parte 3) - La metafora acquatica
Il suo primo film, Crocodile, è girato attorno al fiume Han (che verrà riproposto
anche in Bad Guy e Ferro 3) e il suo protagonista è un
“anfibio” (così come Hee-jin ne L’isola).
Se la “vena di Seul” attraversa lo spazio della narrazione, altri “luoghi
d’acqua” la inglobano: il lago (Primavera,
estate, autunno inverno… e ancora primavera e il già citato L’isola) e il mare (L’arco). Quest’ultimo, anche se non delimita il luogo filmico, è
figura centrale anche in Birdcage Inn,
The Coast Guard e Time. Ciascuno di tali luoghi
“costituisce una matrice simbolica di descrizione dei personaggi e delle
azioni, un modo per raccontarli attraverso gli elementi naturali” (Andrea
Bellavita, Kim Ki-duk, p. 40).
L’acqua viene usata come metafora dei protagonisti, come elemento che
rispecchia il loro inconscio, le loro emozioni. “Questi personaggi, sempre al
confine fra realtà e sogno, fra rabbie, speranze e illusioni, perennemente a
contatto con il loro lato oscuro, non potrebbero vivere che in zone di
bastigia, in cui terra e acqua lottano costantemente per la conquista del
territorio” (Vittorio Renzi, Kim
Ki-duk, p. 36).
Nell’interezza della filmografia kimmiana,
l’acqua assume, in conformità con la sua natura ambigua, a volte una valenza
positiva, a volte negativa; da liquido amniotico che concede la rinascita a
dispensatrice di morte.
La sua metafora si allarga: da riflesso dei
protagonisti diviene specchio per tutti i personaggi all’interno del singolo
film e, successivamente, ne esce per abbracciare la condizione dell’essere
umano in generale, in tutta la complessità e profondità del suo animo, la
precarietà dell’esistenza. Il fiume Han è inquinato, perché lo è l’animo delle
persone. E la metafora acquatica non si ferma ancora (continua a fluire):
diventa termine di congiunzione delle diverse generazioni, di padre e figlio,
di maestro e allievo; strumento del tempo nel suo inesauribile scorrere.
Ma è strumento anche del regista, che se ne
serve non solo come simbolo intriso di significati. “L’acqua definisce un
confine, sia di ordine fisico (la fine della terra), sia di ordine metaforico
(le distese marine come orizzonte aperto del possibile, spazio in cui lo
sguardo si perde e si confronta con l’infinito). […] Il confine definisce una
separazione, traccia i limiti tra l’ordine e il disordine (psicologico, morale,
religioso)” (Luisella Farinotti, L’acqua
come elemento simbolico e fantastico nel cinema, Lezione del 21 aprile
2004, Milano, in Percorsi d’acqua, Italia nostra Milano,
www.italianostra-milano.org). Il suo “potere” di circondare viene utilizzato
per creare separazione dalla realtà, per fare del luogo della narrazione una
regione astratta e distaccata dal mondo, ma anche per dare ai suoi personaggi
uno spazio di intimità personale in cui rifugiarsi. Crocodile arredava il fondo
del fiume come fosse la sua casa e lì si isolava per riflettere; ma l’immagine
non è sempre così poetica, anche se altrettanto efficace: molti altri
personaggi, che non sono ugualmente anfibi, si faranno avvolgere semplicemente
dalla cascata di una doccia. Lo spazio intimo (o di isolamento) si concretizza
anche in un livello non visivo: l’acqua diventa forma del silenzio.
Ma è anche “la forma della non-forma, della
malleabilità” (Vittorio Renzi, Kim
Ki-duk, p. 36); gli stati dell’acqua sono la superficie dell’uomo: essa può
mutare aspetto, assumere sembianze diverse, può semplicemente e apparentemente
“cambiare”, ma, in ultima analisi, è solo un’illusione. L’acqua è acqua. E
rimarrà tale.
Kim Ki-duk spiega: “L’acqua è
un elemento ricorrente nei miei film perché è simile alla nostra vita: incontra
e riflette molte cose diverse” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim Ki-duk, p. 53). Molti
avvenimenti ci attraversano e ci segnano, altri ci sfiorano semplicemente.
Altri ancora passano trovandoci indifferenti, o al contrario sono essi
indifferenti a noi. Quello di Kim Ki-duk è un cinema d’acqua. Alla domanda:
“Esiste un sistema Kim Ki-duk?”, volta a indagare l’esistenza di un ordine
progettuale nei temi, nello stile e nella narrazione comune all’intera
filmografia, egli risponde: “Io sono l’acqua… semplicemente fluisco” (Andrea
Bellavita, Kim Ki-duk, p. 15).
Leggi la parte 1
Leggi la parte 2
21 novembre 2013
Dragon Trainer (2010)
“La storia dell'amicizia tra il ragazzo e il drago, ribattezzato "Sdentato". Un percorso estremamente difficile, reso ancor più narrativamente impervio dalla scelta di ridurre ai minimi storici l'antropomorfismo dell'animale mitologico, traducendo così visivamente l'incomunicabilità reciproca. Un percorso che parte dall'inevitabile paura dell'altro […] che passa attraverso lo studio […] finalizzato alla conoscenza del diverso. Oltre l'ignoranza, al di là di ogni pregiudizio. E attraverso l'assistenza a chi è in difficoltà e la condivisione delle esperienze. […] La parabola disegnata dal film può apparire idealista, facile e consolatoria, ma una visione più attenta confuta queste impressioni. Le tradizioni sono lette in maniera fortemente critica, ma il protagonista si sforza di non rompere con le medesime, né coi legami familiari. La composizione dello scontro è preferita allo scontro stesso ma, più che di moderazione ed edulcorazione, si tratta di presa di posizione a favore della ragionevolezza contro la cecità integralista. […] Un'ora e mezza di puro spettacolo” (Claudio Zito, Ondacinema).
Articolo completo:
18 novembre 2013
Kim Ki-Duk (parte 2) - Comunicazione: l’inadeguatezza della parola e la forza dell’immagine
La difficoltà di interrelazione tra gli individui è un tema centrale nelle opere di Kim Ki-duk. La comunicazione è talmente indispensabile che, sembra dire l’autore, “si rende necessario abolire un mezzo debole ed equivoco, o semplicemente insufficiente, come la parola” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 18). Ed effettivamente, anche quando i personaggi parlano, sembrano non dire niente, non riescono a instaurare una relazione vera e propria, un contatto significativo e intimo; i dialoghi sono superficiali, non riescono a esprimere nulla. Spiega il regista: “La ragione per cui nei miei film ci sono persone che non parlano è perché qualcosa le ferisce profondamente. La loro fiducia negli altri esseri umani è stata distrutta perché le promesse non sono state mantenute. […] La violenza a cui si rivolgono preferisco chiamarla linguaggio del corpo” (Davide Morello, Kim Ki-duk, p.54).
Mutismo e violenza provocata o auto-inflitta
sono peculiarità dominanti dei personaggi kimmiani e sono scatenati non dal
“male”, ma dalla sofferenza, da un marchio o da una ferita che non può essere
cancellata. Tale stigma è, a volte, visibile: una cicatrice indelebile che
sfregia il corpo; ma più spesso è celato in un passato di cui non si sa (e non
si saprà) nulla. Infatti, l’intento non è quello di indagare le cause della
deriva, bensì l’effetto sull’essere umano.
Si mettono in scena realtà ai margini della
società, o addirittura all’infuori di essa, popolate da piccoli malavitosi,
corrotti, vagabondi, prostitute, la cui caratteristica precipua è
l’impossibilità di avere normali rapporti con gli altri. “Il loro modo di
comunicare è gestuale, animalesco, autistico […]. Non è un caso che la maggior
parte di loro abbia smesso di parlare, […] che è comunemente ritenuto il gesto
sociale per eccellenza” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 15). Come la parola, anche la “casa” è
una costruzione dell’uomo e un elemento sociale primario e indispensabile.
Esclusi dalla “società fatta di tanti ‘io’ realizzati” (idem), questi
personaggi sono senza voce e senza una dimora.
La comunicazione è allora affidata al
linguaggio del corpo, inteso come gestualità, sguardi e sorrisi, ma soprattutto
come lacerazione, sesso e dolore. E’ il corpo a esprimere ogni sentimento o
emozione dei personaggi, a farsi pagina sulla quale scrivere, incidere,
dipingere. “Diffido del parlato, non credo più nella parola. Uso il linguaggio
corporeo perché è più efficace per far capire cosa pensano i personaggi” (Federica
Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione
con Kim Ki-duk, p. 56), afferma il regista. Violenza e automutilazione “sono
le uniche risposte immediate che i miei personaggi sono in grado di mostrare.
Nello stesso tempo le ferite fisiche sono simboli ed espressioni di come i
personaggi lottano all’interno della società” (Davide Morello, Kim Ki-duk, p.27).
Prima di esplodere nel mondo del cinema, Kim
Ki-duk era pittore. E questa sua esperienza è alla base di tutto il suo
percorso cinematografico, che si costruisce su una “scrittura filmica che
valorizza quella capacità comunicativa dell’immagine silenziosa” (idem, p. 66),
che cattura non solo la forza espressiva della gestualità, ma anche quella
dell’ambiente e degli oggetti, che acquistano una funzione narrativa di primo
piano. Una “derivazione fondamentale dalla pittura è l’astrattismo. Nei film di
Kim Ki-duk accade spesso che ciò che è fortemente fisico sia fortemente
mentale” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk,
p. 32).
La parola deve essere interpretata, tradotta:
“I miei film hanno più successo quando
vengono distribuiti all’estero. Quindi, se da un lato non mi importa molto di far
parlare i miei personaggi, dall’altro diventa anche un’esigenza per far sì che
in tutte le nazioni si possano comprendere appieno le loro azioni, senza le
difficoltà che comporta la lingua” (idem, p. 113).
E’ un problema che hanno tutte le opere cinematografiche
che vengono distribuite all’estero, non solo del regista sudcoreano. Ma è
un’ulteriore dimostrazione, concreta, esterna alla creatura soggettiva quale è
il film, dell’ambiguità della parola.
Il silenzio non è solo del
protagonista, ma anche quello dello spettatore. “La nostra reazione di
spettatori di fronte al cinema di Kim Ki-duk è […] muta ed esterrefatta. I suoi
film esigono il silenzio, una disposizione dello spirito improntata a una
meditazione assorta” (Alessia Spagnoli, Il Silenzio sul Male - Il Cinema Muto di Kim Ki-duk).
Dice Kim Ki-duk: “Se fai silenzio puoi riflettere” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim
Ki-duk, p. 48). E ascoltare.
Continua...
Leggi la parte 1
Leggi la parte 3
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15 novembre 2013
Questione di tempo (2013)
Le commedie romantiche di Curtis non sono quelle che "terrotizzano" / annoiano a morte i malcapitati maschi ostaggi
sul divanno delle proprie ragazze. Tutt'altro!
"Le sue storie sono così profondamente personali, così intime, che è impossibile non rimanere coinvolti", e allo
stesso tempo "delicate ma travolgenti, sottilmente romantiche ma sempre molto ironiche" (Antonella Murolo,
Everyeye.it). Mai smielate... e si ride (intelligentemente) dall'inizio alla fine.
Trovo tali peculiarità
eccezionali! (avevo già apprezzato moltissimo Love actually)
"Si può andare al cinema per vedere una 'banale' commedia romantica e ritrovarsi davanti a paradossi temporali? O
temere una strappalacrime produzione di cassetta e ritrovarsi affascinati e avvinti da una storia d'amore,
addirittura duplice? [...]
Come si fa a non amare Richard Curtis? Dobbiamo a lui (come sceneggiatore) pietre miliari della commedia
sentimentale britannica come Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Bridget Jones e Love Actually! Nel 2009,
inoltre, la sua opera seconda da regista era stata I love Radio Rock...
Ma di certo con questo Questione di tempo siamo su un altro livello. Viaggi nel tempo e amore filiale sono l'arma
segreta di una storia d'amore delicata e mai sdolcinata. [...] Non si tratta di una truffa ai danni della
malcapitata da parte di un uomo in grado di tornare indietro nel tempo per sapere su quali tasti battere per
conquistarla, ma del tentativo di realizzare un sogno che la tenga al centro di esso" (Mattia Pasquini, Film.it).
Articolo completo:
"Tra fantascienza e romanticismo, tra realismo e fantasia pura, Richard Curtis si ritaglia un posto perfetto,
l'oblio al quale è difficile resistere, l'espressione massima della sua poetica cinematografica. [...]
Il viaggio nel tempo [...] si riduce a mero spunto fantascientifico, che quasi si prende gioco di ogni implicazione
fisica. Ci sono delle regole, ovvio, ma non hanno niente a che fare con quelle a cui gli altri film ci hanno sempre
abituati. E come mai gli uomini di questa famiglia possono viaggiare nel tempo? Il bello della risposta che ci
fornisce Curtis è che non è importante. Non si viaggia alla ricerca dell'avventura, a Tim non importa essere un
eroe. È solo un ragazzo, di quelli che da sempre inseguono invano l'amore; vuole essere felice e pensa di poterlo
essere solo con Mary. Cosa importa di tutto il resto?" (Antonella Murolo, Everyeye.it).
Articolo completo:
Il romanticismo che pervade le due ore di film scorrono a braccetto con tante sane risate!
Film consigliatissimo!!!
11 novembre 2013
Kim Ki-Duk: regista-pittore (parte 1)
Come la quasi totalità dei “non addetti ai lavori”, conobbi questo regista solo nel 2004, quando per la prima volta in Italia venne distribuito un suo film: Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Fui attirato dall’atmosfera “zen”, fattore attorno al quale la distribuzione ha sapientemente costruito l’appeal per catturare l’attenzione del pubblico. Fui immediatamente catturato dall’aura di armonia che pervade il racconto, dal suo silenzio e dall’eleganza delle immagini. A questo, seguì la visione di Ferro 3, che consacrò il mio interesse verso il regista sudcoreano.
Risulta subito evidente come le parole siano
giudicate inadeguate da Kim Ki-duk e come la comunicazione nei suoi film
avvenga attraverso il corpo (e il suo silenzio). In un’epoca dominata dalle
infinite possibilità dei mezzi comunicativi, si assiste alla spersonalizzazione
della comunicazione e dell’interazione e si è fatto più visibile il problema
dell’incomunicabilità tra le persone. Il regista non indaga il ruolo della
tecnologia, fa un passo indietro e si concentra sull’individuo e sulla società.
La cinematografia di Kim
Ki-duk è pregna di simboli, tra i quali spicca, per importanza e presenza,
l’acqua, anch’essa riflesso del silenzio, barriera per la comunicazione. Essa è
una costante nei suoi film e diventa veicolo di metafore sempre più grandi, dal
singolo protagonista fino ad abbracciare tutta la società, espandendosi in onde
concentriche. Come la comunicazione, l’acqua non ha una forma propria e assume
quella del mezzo che la trasporta, ha una natura ambigua ed equivoca. Sono
strettamente collegate tra loro e si dimostrano tematiche non solo di grande
rilievo, ma sulle quali ogni racconto viene basato.
Continua...
07 novembre 2013
Machete (2010)
Ettolitri di sangue e decine di armi diverse utilizzate, un cast improbabile ed eterogeneo quanto azzeccato, botte da orbi e sesso: un frullatone che fa di Machete forse il vero, primo capostipite del latino-exploitation movie. Il bello di Machete comunque, così come Planet Terror, è che è un film anarchico, libero, che ci fa respirare aria di “revolucion” tra divertimento e risate, con molte sequenze da antologia che faranno la felicità degli appassionati. Segnatevi solo un indizio: le budella sono lunghe 18 volte l’altezza di un essere umano… […] Un film che nel suo genere è perfetto e si presta ad entrare di diritto nel mondo dei cult movies. (Gabriele Capolino, Cineblog)
Il personaggio di Machete era nei suoi progetti da tempo e il finto trailer in Planet Terror non era altro che la manifestazione del bisogno del personaggio di diventare film. […] Robert Rodriguez è abilissimo nel realizzare una sorta di work in progress in cui si mantiene un'unità di stile ma al contempo non smette mai di sorprendere il pubblico non per lo sterile e un po' onanistico piacere che divora altri suoi colleghi ma per il piacere di fare cinema allo stato puro. Perché di questo stiamo parlando.
A partire dalla sequenza iniziale sino ad arrivare all'ultima inquadratura di un film in cui non ci sono ruoli cameo ma attori che si mettono in gioco come De Niro, Steven Seagal, Don Johnson facendo ironia su se stessi divertendosi (lo si percepisce) enormemente e divertendo il pubblico. Rodriguez non si accontenta però di 'giocare' con le immagini. Fa molto di più perché se il duro Machete "non manda sms" (salvo poi magari ripensarci) il geniale Robert manda un messaggio duro ed estremamente chiaro sul problema dell'immigrazione messicana negli States. […] Si sente, in ogni singola invenzione, in ogni fotogramma, in ogni battuta il divertimento di chi (dopo essersi seduto sulla poltroncina del director) non ha dimenticato il piacere di essere spettatore. (Giancarlo Zappoli, Machete)
Articolo completo:
Qui c'è tutto quello che è necessario allo scopo: violenza, sesso (più suggerito che mostrato esplicitamente, ma comunque le donne di Robert Rodriguez funzionano bene in questo genere di film), azione e soprattutto un protagonista che rischia di diventare una leggenda. (Badtaste)
04 novembre 2013
Bling Ring - La mia recensione
Solitudine e spaesamento sono temi comuni ai film di Sofia Coppola; le storie e le inquadrature sono pervase da simboli e metafore di tali sentimenti che contraddistinguono la vita dei protagonisti. Anche la tecnica registica ha l’obiettivo di immergere lo spettatore nei tormenti dei personaggi, di creare empatia (e in questo la regista riesce alla perfezione).
Lost in translation racconta l’incontro di due persone nelle cui vite “qualcosa è andato perduto per sempre (per Bob si tratta della perdita di un rapporto con la moglie che parla ormai una lingua diversa dalla sua, per Charlotte della perdita di identità per un fresco matrimonio già in crisi). […] L’opera evoca atmosfere di intraducibilità dei sentimenti, di impossibilità di afferrarli e di trasformali in realtà” (Giovanni Santoro, Nonsolocinema), di incomunicabilità. E lo fa immergendo i protagonisti in un paese straniero di cui non conoscono la lingua né i costumi e all’interno del quale si sentono, nuovamente, soli.
In Somewhere, lo stile è volutamente lento e ripetitivo, metafora della vita del protagonista, vuota e monotona, priva di legami affettivi. Le scene si susseguono noiose, portando lo spettatore a percepire prepotentemente, appunto, la noia in cui è immerso il personaggio principale. Rappresentazione dell’aridità della sua esistenza è il circuito chiuso e spoglio della scena iniziale, emblematica e preannunciante. (A parere di chi scrive, la noia di questo film è comunque troppa! Nessuno vuole vedere un film noioso…)
Entrambi i film presentano diversi momenti negli hotel, “perfetta rappresentazione di un non-luogo affettivo” (Gabriele Capolino, Cineblog).
In Bling Ring, la solitudine è quella della sostanza, mentre lo spaesamento è degli spettatori che assistono a questa storia, che può sembrare assurda e poco realistica (prima ci si chiede come si possa lasciare le chiavi sotto lo zerbino, poi si rimane senza parole di fronte alle dichiarazioni e alle ossessioni dei ragazzi), ma che si rifà a fatti veri (ricostruiti e raccontati nella realtà da Nancy Jo Sales, giornalista di Vanity Fair USA).
In questo film, “la desolazione è l’aspetto più evidente” (Piero Calò, Ondacinema). Le case in cui si introducono i ragazzi/ladri (non) sono abitate da persone “non fisiche”, sempre (e volentieri) lontane dalla propria dimora e, invece, costantemente presenti nelle piazze virtuali dei social. Non è un caso che Paris Hilton, che ha “prestato” la sua vera casa per il film, non compaia mai (ma sia comunque sempre presente). Di grande valenza è la scena in cui una delle scorribande viene ripresa da lontano, dall’esterno della villa, una villa che appare non solo bidimensionale (manca di profondità, come i protagonisti), ma fatta di vetri che permettono di guardare al suo interno, di mostrare e mostrarsi.
La desolazione è anche e soprattutto quella dei valori, dei contenuti, dell’essere.
“Il desiderio di avere ha di gran lunga surclassato quello di essere […], la cui meta finale è il vuoto pneumatico interiore. Rivestito però dalle migliori griffes” (Giancarlo Zappoli, Mymovies); la regista “spinge il pedale sull’estetica per far emergere il vuoto di pensiero che c’è dietro, paradigma di una società occidentale che mitizza anche il più negativo dei modelli” (Andrea D'Addio, Filmup).
Apparire: un bisogno di appiccicare al proprio corpo cose alla moda, emulando l’estetica di altri, senza considerare e sviluppare ciò che c’è all’interno e la propria soggettività.
Di grande intensità è la scena in cui Rebecca, perfetta e bellissima nei suoi abiti firmati e plasmata dal trucco di marca, si osserva allo specchio mentre “indossa” del profumo (due spruzzi sul collo mostrati a rallenty) e successivamente si compiace del risultato, con un’espressione di contentezza talmente profonda e convinta da apparire stridente agli occhi dello spettatore.
I quattro ragazzi (nel film Rebecca, Marc, Nicki e Chloe, nomi fittizi) trascorrono le giornate tra superficiali sogni di fama, tra spinelli, alcol e discoteca, documentando ogni istante del loro “vivere” con foto da postare sui social network (moda diffusissima, bisogno bulimico di mettersi davanti ai riflettori, di testimoniare al mondo di esserci, di rendere vetri i muri di casa propria). Vite inconsistenti, così come inconsistenti sono tutti i dialoghi (chiacchiericcio sempre vuoto, una comunicazione che perde di contenuto e di scopo) e tutte le relazioni (tra genitori-figli e tra amici, che amici in realtà non sono). Inconsistenti sono anche i motivi che spingono al furto: i ragazzi sono “figli di famiglie benestanti di Calabasas, quartiere agiato di Los Angeles, […] esagerano sempre più con droghe ed alcol, fino al “capriccio” che gli costerà la prigione. Famiglie privilegiate dunque, dove quindi viene meno anche l’attenuante della povertà” (Debora Lambruschini, Criticaletteraria).
“E’ bene interrogarsi su cosa spinga a lasciarsi abbagliare da soldi e fama, eccessi che spesso restano impuniti: di chi è la colpa, di questa nostra società sempre più concentrata sull’apparenza, il possesso di cose che definiscono uno status, i divertimenti sempre più distruttivi e precoci; o la famiglia, spesso disfunzionale, incapace di vedere il disagio, ammettere la colpa dei propri figli, essenzialmente ossessionata come loro dal lusso e dalle cose?” (idem). Divertente (e sconvolgente) è sentire i discorsi, ancora un volta talmente superficiali da diventare ridicoli, e percepire gli scopi (quanto mai palesemente privi di probabilità di successo, anzi…) della madre di Nicki e della sua educazione casalinga; emblematica è la scena della colazione in casa della quinta amica, una casa ricca, linda e perfetta, ma priva di anima, dove sullo sfondo lavora una domestica e i membri della famiglia consumano il pasto su tavoli diversi, addirittura dandosi le spalle, ognuno a farsi i fatti propri.
E lo scenario diventa assurdo quando si avvolge su se stesso, quando questi topi di ricchi appartamenti diventano quasi degli “eroi” per il pubblico che ne legge i misfatti e che crea fanpages sui social.
“Il quadro che ne emerge è davvero inquietante, tutto il film in questo senso lo è: non solo nelle azioni di quei giovani, ma anche nelle convinzioni deliranti che pronunciano davanti alle telecamere, […] ma anche l’ossessione dei media per questi figli dell’America più superficiale, incapace di riconoscere modelli positivi da seguire, abbagliata dalle luci dei riflettori e dai vestiti firmati, che finisce col rendere quattro criminali celebrità” (idem). Lo stesso Marc spiega: “È un po’ imbarazzante che tante persone mi apprezzino per qualcosa di così negativo per la società. Se fosse stato per qualcosa di buono o cose del genere mi sarebbe piaciuto. Ma è evidente che l’America abbia un’attrazione malata per queste cose alla Bonnie e Clyde”.
Sofia Coppo dichiara:
“Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia e ho incontrato alcuni dei ragazzi protagonisti della vicenda, per cercare di capire quanto più possibile. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie alle rapine. […]
Il film mostra come la cultura dominante riesca a influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere. Tutta questa storia dice molto sulla nostra epoca e su come crescono gli adolescenti nel mondo di Facebook e Twitter. Credo che il film guardi alla nostra cultura e al fenomeno dei reality e a come queste cose abbiano influenzato i ragazzi. […]
Ho paura che ci si possa sentire attratti da un comportamento adolescenziale spensierato e un po' criminale, per cui spero di non averlo reso troppo affascinante. […]
Più in generale, è la città di Los Angeles ad avere una parte importante nel film. Los Angeles è oggi il centro della cultura americana di massa, a causa di tutti i reality show che vi vengono ambientati. La cultura del tappeto rosso è diventata così influente, in tutto il paese, che questa storia doveva svolgersi per forza qui.”
Una nota di colore:
“Mi piaceva l'idea che [gli attori] avessero davvero 16 e 17 anni, perché mi dà sempre fastidio vedere un venticinquenne interpretare il ruolo di un teenager.”
Un breve commento, del tutto personale, sulla presenza, a mio parere in contrasto con il messaggio del film, di Emma Watson. L’attrice è da tempo all’apice della fama, del chiacchiericcio del gossip e della moda, dopo la sua “maturazione” come donna, e presa come modello di riferimento da molte adolescenti. Nel film, Emma Watson rincorre se stessa. Nicki (ragazza qualunque, interpretata dall’attrice suddetta) vuole vestire i panni della star (appunto, Emma Watson), enfatizzando (al quadrato) il desiderio della ribalta. Chi di senso critico ne ha poco, può cadere in tale rappresentazione.
Lost in translation racconta l’incontro di due persone nelle cui vite “qualcosa è andato perduto per sempre (per Bob si tratta della perdita di un rapporto con la moglie che parla ormai una lingua diversa dalla sua, per Charlotte della perdita di identità per un fresco matrimonio già in crisi). […] L’opera evoca atmosfere di intraducibilità dei sentimenti, di impossibilità di afferrarli e di trasformali in realtà” (Giovanni Santoro, Nonsolocinema), di incomunicabilità. E lo fa immergendo i protagonisti in un paese straniero di cui non conoscono la lingua né i costumi e all’interno del quale si sentono, nuovamente, soli.
In Somewhere, lo stile è volutamente lento e ripetitivo, metafora della vita del protagonista, vuota e monotona, priva di legami affettivi. Le scene si susseguono noiose, portando lo spettatore a percepire prepotentemente, appunto, la noia in cui è immerso il personaggio principale. Rappresentazione dell’aridità della sua esistenza è il circuito chiuso e spoglio della scena iniziale, emblematica e preannunciante. (A parere di chi scrive, la noia di questo film è comunque troppa! Nessuno vuole vedere un film noioso…)
Entrambi i film presentano diversi momenti negli hotel, “perfetta rappresentazione di un non-luogo affettivo” (Gabriele Capolino, Cineblog).
In Bling Ring, la solitudine è quella della sostanza, mentre lo spaesamento è degli spettatori che assistono a questa storia, che può sembrare assurda e poco realistica (prima ci si chiede come si possa lasciare le chiavi sotto lo zerbino, poi si rimane senza parole di fronte alle dichiarazioni e alle ossessioni dei ragazzi), ma che si rifà a fatti veri (ricostruiti e raccontati nella realtà da Nancy Jo Sales, giornalista di Vanity Fair USA).
In questo film, “la desolazione è l’aspetto più evidente” (Piero Calò, Ondacinema). Le case in cui si introducono i ragazzi/ladri (non) sono abitate da persone “non fisiche”, sempre (e volentieri) lontane dalla propria dimora e, invece, costantemente presenti nelle piazze virtuali dei social. Non è un caso che Paris Hilton, che ha “prestato” la sua vera casa per il film, non compaia mai (ma sia comunque sempre presente). Di grande valenza è la scena in cui una delle scorribande viene ripresa da lontano, dall’esterno della villa, una villa che appare non solo bidimensionale (manca di profondità, come i protagonisti), ma fatta di vetri che permettono di guardare al suo interno, di mostrare e mostrarsi.
La desolazione è anche e soprattutto quella dei valori, dei contenuti, dell’essere.
“Il desiderio di avere ha di gran lunga surclassato quello di essere […], la cui meta finale è il vuoto pneumatico interiore. Rivestito però dalle migliori griffes” (Giancarlo Zappoli, Mymovies); la regista “spinge il pedale sull’estetica per far emergere il vuoto di pensiero che c’è dietro, paradigma di una società occidentale che mitizza anche il più negativo dei modelli” (Andrea D'Addio, Filmup).
Apparire: un bisogno di appiccicare al proprio corpo cose alla moda, emulando l’estetica di altri, senza considerare e sviluppare ciò che c’è all’interno e la propria soggettività.
Di grande intensità è la scena in cui Rebecca, perfetta e bellissima nei suoi abiti firmati e plasmata dal trucco di marca, si osserva allo specchio mentre “indossa” del profumo (due spruzzi sul collo mostrati a rallenty) e successivamente si compiace del risultato, con un’espressione di contentezza talmente profonda e convinta da apparire stridente agli occhi dello spettatore.
I quattro ragazzi (nel film Rebecca, Marc, Nicki e Chloe, nomi fittizi) trascorrono le giornate tra superficiali sogni di fama, tra spinelli, alcol e discoteca, documentando ogni istante del loro “vivere” con foto da postare sui social network (moda diffusissima, bisogno bulimico di mettersi davanti ai riflettori, di testimoniare al mondo di esserci, di rendere vetri i muri di casa propria). Vite inconsistenti, così come inconsistenti sono tutti i dialoghi (chiacchiericcio sempre vuoto, una comunicazione che perde di contenuto e di scopo) e tutte le relazioni (tra genitori-figli e tra amici, che amici in realtà non sono). Inconsistenti sono anche i motivi che spingono al furto: i ragazzi sono “figli di famiglie benestanti di Calabasas, quartiere agiato di Los Angeles, […] esagerano sempre più con droghe ed alcol, fino al “capriccio” che gli costerà la prigione. Famiglie privilegiate dunque, dove quindi viene meno anche l’attenuante della povertà” (Debora Lambruschini, Criticaletteraria).
“E’ bene interrogarsi su cosa spinga a lasciarsi abbagliare da soldi e fama, eccessi che spesso restano impuniti: di chi è la colpa, di questa nostra società sempre più concentrata sull’apparenza, il possesso di cose che definiscono uno status, i divertimenti sempre più distruttivi e precoci; o la famiglia, spesso disfunzionale, incapace di vedere il disagio, ammettere la colpa dei propri figli, essenzialmente ossessionata come loro dal lusso e dalle cose?” (idem). Divertente (e sconvolgente) è sentire i discorsi, ancora un volta talmente superficiali da diventare ridicoli, e percepire gli scopi (quanto mai palesemente privi di probabilità di successo, anzi…) della madre di Nicki e della sua educazione casalinga; emblematica è la scena della colazione in casa della quinta amica, una casa ricca, linda e perfetta, ma priva di anima, dove sullo sfondo lavora una domestica e i membri della famiglia consumano il pasto su tavoli diversi, addirittura dandosi le spalle, ognuno a farsi i fatti propri.
E lo scenario diventa assurdo quando si avvolge su se stesso, quando questi topi di ricchi appartamenti diventano quasi degli “eroi” per il pubblico che ne legge i misfatti e che crea fanpages sui social.
“Il quadro che ne emerge è davvero inquietante, tutto il film in questo senso lo è: non solo nelle azioni di quei giovani, ma anche nelle convinzioni deliranti che pronunciano davanti alle telecamere, […] ma anche l’ossessione dei media per questi figli dell’America più superficiale, incapace di riconoscere modelli positivi da seguire, abbagliata dalle luci dei riflettori e dai vestiti firmati, che finisce col rendere quattro criminali celebrità” (idem). Lo stesso Marc spiega: “È un po’ imbarazzante che tante persone mi apprezzino per qualcosa di così negativo per la società. Se fosse stato per qualcosa di buono o cose del genere mi sarebbe piaciuto. Ma è evidente che l’America abbia un’attrazione malata per queste cose alla Bonnie e Clyde”.
Sofia Coppo dichiara:
“Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia e ho incontrato alcuni dei ragazzi protagonisti della vicenda, per cercare di capire quanto più possibile. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie alle rapine. […]
Il film mostra come la cultura dominante riesca a influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere. Tutta questa storia dice molto sulla nostra epoca e su come crescono gli adolescenti nel mondo di Facebook e Twitter. Credo che il film guardi alla nostra cultura e al fenomeno dei reality e a come queste cose abbiano influenzato i ragazzi. […]
Ho paura che ci si possa sentire attratti da un comportamento adolescenziale spensierato e un po' criminale, per cui spero di non averlo reso troppo affascinante. […]
Più in generale, è la città di Los Angeles ad avere una parte importante nel film. Los Angeles è oggi il centro della cultura americana di massa, a causa di tutti i reality show che vi vengono ambientati. La cultura del tappeto rosso è diventata così influente, in tutto il paese, che questa storia doveva svolgersi per forza qui.”
Una nota di colore:
“Mi piaceva l'idea che [gli attori] avessero davvero 16 e 17 anni, perché mi dà sempre fastidio vedere un venticinquenne interpretare il ruolo di un teenager.”
Un breve commento, del tutto personale, sulla presenza, a mio parere in contrasto con il messaggio del film, di Emma Watson. L’attrice è da tempo all’apice della fama, del chiacchiericcio del gossip e della moda, dopo la sua “maturazione” come donna, e presa come modello di riferimento da molte adolescenti. Nel film, Emma Watson rincorre se stessa. Nicki (ragazza qualunque, interpretata dall’attrice suddetta) vuole vestire i panni della star (appunto, Emma Watson), enfatizzando (al quadrato) il desiderio della ribalta. Chi di senso critico ne ha poco, può cadere in tale rappresentazione.
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