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25 novembre 2013

Kim Ki-Duk (parte 3) - La metafora acquatica


Il cinema di Kim Ki-duk è impregnato dell’elemento acquatico, ne è letteralmente circondato.

Il suo primo film, Crocodile, è girato attorno al fiume Han (che verrà riproposto anche in Bad Guy e Ferro 3) e il suo protagonista è un “anfibio” (così come Hee-jin ne L’isola). Se la “vena di Seul” attraversa lo spazio della narrazione, altri “luoghi d’acqua” la inglobano: il lago (Primavera, estate, autunno inverno… e ancora primavera e il già citato L’isola) e il mare (L’arco). Quest’ultimo, anche se non delimita il luogo filmico, è figura centrale anche in Birdcage Inn, The Coast Guard e Time. Ciascuno di tali luoghi “costituisce una matrice simbolica di descrizione dei personaggi e delle azioni, un modo per raccontarli attraverso gli elementi naturali” (Andrea Bellavita, Kim Ki-duk, p. 40). L’acqua viene usata come metafora dei protagonisti, come elemento che rispecchia il loro inconscio, le loro emozioni. “Questi personaggi, sempre al confine fra realtà e sogno, fra rabbie, speranze e illusioni, perennemente a contatto con il loro lato oscuro, non potrebbero vivere che in zone di bastigia, in cui terra e acqua lottano costantemente per la conquista del territorio” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 36).

Nell’interezza della filmografia kimmiana, l’acqua assume, in conformità con la sua natura ambigua, a volte una valenza positiva, a volte negativa; da liquido amniotico che concede la rinascita a dispensatrice di morte.

La sua metafora si allarga: da riflesso dei protagonisti diviene specchio per tutti i personaggi all’interno del singolo film e, successivamente, ne esce per abbracciare la condizione dell’essere umano in generale, in tutta la complessità e profondità del suo animo, la precarietà dell’esistenza. Il fiume Han è inquinato, perché lo è l’animo delle persone. E la metafora acquatica non si ferma ancora (continua a fluire): diventa termine di congiunzione delle diverse generazioni, di padre e figlio, di maestro e allievo; strumento del tempo nel suo inesauribile scorrere.

Ma è strumento anche del regista, che se ne serve non solo come simbolo intriso di significati. “L’acqua definisce un confine, sia di ordine fisico (la fine della terra), sia di ordine metaforico (le distese marine come orizzonte aperto del possibile, spazio in cui lo sguardo si perde e si confronta con l’infinito). […] Il confine definisce una separazione, traccia i limiti tra l’ordine e il disordine (psicologico, morale, religioso)” (Luisella Farinotti, L’acqua come elemento simbolico e fantastico nel cinema, Lezione del 21 aprile 2004, Milano, in Percorsi d’acqua, Italia nostra Milano, www.italianostra-milano.org). Il suo “potere” di circondare viene utilizzato per creare separazione dalla realtà, per fare del luogo della narrazione una regione astratta e distaccata dal mondo, ma anche per dare ai suoi personaggi uno spazio di intimità personale in cui rifugiarsi. Crocodile arredava il fondo del fiume come fosse la sua casa e lì si isolava per riflettere; ma l’immagine non è sempre così poetica, anche se altrettanto efficace: molti altri personaggi, che non sono ugualmente anfibi, si faranno avvolgere semplicemente dalla cascata di una doccia. Lo spazio intimo (o di isolamento) si concretizza anche in un livello non visivo: l’acqua diventa forma del silenzio.

Ma è anche “la forma della non-forma, della malleabilità” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 36); gli stati dell’acqua sono la superficie dell’uomo: essa può mutare aspetto, assumere sembianze diverse, può semplicemente e apparentemente “cambiare”, ma, in ultima analisi, è solo un’illusione. L’acqua è acqua. E rimarrà tale. 
Kim Ki-duk spiega: “L’acqua è un elemento ricorrente nei miei film perché è simile alla nostra vita: incontra e riflette molte cose diverse” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim Ki-duk, p. 53). Molti avvenimenti ci attraversano e ci segnano, altri ci sfiorano semplicemente. Altri ancora passano trovandoci indifferenti, o al contrario sono essi indifferenti a noi. Quello di Kim Ki-duk è un cinema d’acqua. Alla domanda: “Esiste un sistema Kim Ki-duk?”, volta a indagare l’esistenza di un ordine progettuale nei temi, nello stile e nella narrazione comune all’intera filmografia, egli risponde: “Io sono l’acqua… semplicemente fluisco” (Andrea Bellavita, Kim Ki-duk, p. 15).


Leggi la parte 1
Leggi la parte 2

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