Il suo primo film, Crocodile, è girato attorno al fiume Han (che verrà riproposto
anche in Bad Guy e Ferro 3) e il suo protagonista è un
“anfibio” (così come Hee-jin ne L’isola).
Se la “vena di Seul” attraversa lo spazio della narrazione, altri “luoghi
d’acqua” la inglobano: il lago (Primavera,
estate, autunno inverno… e ancora primavera e il già citato L’isola) e il mare (L’arco). Quest’ultimo, anche se non delimita il luogo filmico, è
figura centrale anche in Birdcage Inn,
The Coast Guard e Time. Ciascuno di tali luoghi
“costituisce una matrice simbolica di descrizione dei personaggi e delle
azioni, un modo per raccontarli attraverso gli elementi naturali” (Andrea
Bellavita, Kim Ki-duk, p. 40).
L’acqua viene usata come metafora dei protagonisti, come elemento che
rispecchia il loro inconscio, le loro emozioni. “Questi personaggi, sempre al
confine fra realtà e sogno, fra rabbie, speranze e illusioni, perennemente a
contatto con il loro lato oscuro, non potrebbero vivere che in zone di
bastigia, in cui terra e acqua lottano costantemente per la conquista del
territorio” (Vittorio Renzi, Kim
Ki-duk, p. 36).
Nell’interezza della filmografia kimmiana,
l’acqua assume, in conformità con la sua natura ambigua, a volte una valenza
positiva, a volte negativa; da liquido amniotico che concede la rinascita a
dispensatrice di morte.
La sua metafora si allarga: da riflesso dei
protagonisti diviene specchio per tutti i personaggi all’interno del singolo
film e, successivamente, ne esce per abbracciare la condizione dell’essere
umano in generale, in tutta la complessità e profondità del suo animo, la
precarietà dell’esistenza. Il fiume Han è inquinato, perché lo è l’animo delle
persone. E la metafora acquatica non si ferma ancora (continua a fluire):
diventa termine di congiunzione delle diverse generazioni, di padre e figlio,
di maestro e allievo; strumento del tempo nel suo inesauribile scorrere.
Ma è strumento anche del regista, che se ne
serve non solo come simbolo intriso di significati. “L’acqua definisce un
confine, sia di ordine fisico (la fine della terra), sia di ordine metaforico
(le distese marine come orizzonte aperto del possibile, spazio in cui lo
sguardo si perde e si confronta con l’infinito). […] Il confine definisce una
separazione, traccia i limiti tra l’ordine e il disordine (psicologico, morale,
religioso)” (Luisella Farinotti, L’acqua
come elemento simbolico e fantastico nel cinema, Lezione del 21 aprile
2004, Milano, in Percorsi d’acqua, Italia nostra Milano,
www.italianostra-milano.org). Il suo “potere” di circondare viene utilizzato
per creare separazione dalla realtà, per fare del luogo della narrazione una
regione astratta e distaccata dal mondo, ma anche per dare ai suoi personaggi
uno spazio di intimità personale in cui rifugiarsi. Crocodile arredava il fondo
del fiume come fosse la sua casa e lì si isolava per riflettere; ma l’immagine
non è sempre così poetica, anche se altrettanto efficace: molti altri
personaggi, che non sono ugualmente anfibi, si faranno avvolgere semplicemente
dalla cascata di una doccia. Lo spazio intimo (o di isolamento) si concretizza
anche in un livello non visivo: l’acqua diventa forma del silenzio.
Ma è anche “la forma della non-forma, della
malleabilità” (Vittorio Renzi, Kim
Ki-duk, p. 36); gli stati dell’acqua sono la superficie dell’uomo: essa può
mutare aspetto, assumere sembianze diverse, può semplicemente e apparentemente
“cambiare”, ma, in ultima analisi, è solo un’illusione. L’acqua è acqua. E
rimarrà tale.
Kim Ki-duk spiega: “L’acqua è
un elemento ricorrente nei miei film perché è simile alla nostra vita: incontra
e riflette molte cose diverse” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim Ki-duk, p. 53). Molti
avvenimenti ci attraversano e ci segnano, altri ci sfiorano semplicemente.
Altri ancora passano trovandoci indifferenti, o al contrario sono essi
indifferenti a noi. Quello di Kim Ki-duk è un cinema d’acqua. Alla domanda:
“Esiste un sistema Kim Ki-duk?”, volta a indagare l’esistenza di un ordine
progettuale nei temi, nello stile e nella narrazione comune all’intera
filmografia, egli risponde: “Io sono l’acqua… semplicemente fluisco” (Andrea
Bellavita, Kim Ki-duk, p. 15).
Leggi la parte 1
Leggi la parte 2

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