Come la quasi totalità dei “non addetti ai lavori”, conobbi questo regista solo nel 2004, quando per la prima volta in Italia venne distribuito un suo film: Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Fui attirato dall’atmosfera “zen”, fattore attorno al quale la distribuzione ha sapientemente costruito l’appeal per catturare l’attenzione del pubblico. Fui immediatamente catturato dall’aura di armonia che pervade il racconto, dal suo silenzio e dall’eleganza delle immagini. A questo, seguì la visione di Ferro 3, che consacrò il mio interesse verso il regista sudcoreano.
Risulta subito evidente come le parole siano
giudicate inadeguate da Kim Ki-duk e come la comunicazione nei suoi film
avvenga attraverso il corpo (e il suo silenzio). In un’epoca dominata dalle
infinite possibilità dei mezzi comunicativi, si assiste alla spersonalizzazione
della comunicazione e dell’interazione e si è fatto più visibile il problema
dell’incomunicabilità tra le persone. Il regista non indaga il ruolo della
tecnologia, fa un passo indietro e si concentra sull’individuo e sulla società.
La cinematografia di Kim
Ki-duk è pregna di simboli, tra i quali spicca, per importanza e presenza,
l’acqua, anch’essa riflesso del silenzio, barriera per la comunicazione. Essa è
una costante nei suoi film e diventa veicolo di metafore sempre più grandi, dal
singolo protagonista fino ad abbracciare tutta la società, espandendosi in onde
concentriche. Come la comunicazione, l’acqua non ha una forma propria e assume
quella del mezzo che la trasporta, ha una natura ambigua ed equivoca. Sono
strettamente collegate tra loro e si dimostrano tematiche non solo di grande
rilievo, ma sulle quali ogni racconto viene basato.
Continua...

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