La difficoltà di interrelazione tra gli individui è un tema centrale nelle opere di Kim Ki-duk. La comunicazione è talmente indispensabile che, sembra dire l’autore, “si rende necessario abolire un mezzo debole ed equivoco, o semplicemente insufficiente, come la parola” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 18). Ed effettivamente, anche quando i personaggi parlano, sembrano non dire niente, non riescono a instaurare una relazione vera e propria, un contatto significativo e intimo; i dialoghi sono superficiali, non riescono a esprimere nulla. Spiega il regista: “La ragione per cui nei miei film ci sono persone che non parlano è perché qualcosa le ferisce profondamente. La loro fiducia negli altri esseri umani è stata distrutta perché le promesse non sono state mantenute. […] La violenza a cui si rivolgono preferisco chiamarla linguaggio del corpo” (Davide Morello, Kim Ki-duk, p.54).
Mutismo e violenza provocata o auto-inflitta
sono peculiarità dominanti dei personaggi kimmiani e sono scatenati non dal
“male”, ma dalla sofferenza, da un marchio o da una ferita che non può essere
cancellata. Tale stigma è, a volte, visibile: una cicatrice indelebile che
sfregia il corpo; ma più spesso è celato in un passato di cui non si sa (e non
si saprà) nulla. Infatti, l’intento non è quello di indagare le cause della
deriva, bensì l’effetto sull’essere umano.
Si mettono in scena realtà ai margini della
società, o addirittura all’infuori di essa, popolate da piccoli malavitosi,
corrotti, vagabondi, prostitute, la cui caratteristica precipua è
l’impossibilità di avere normali rapporti con gli altri. “Il loro modo di
comunicare è gestuale, animalesco, autistico […]. Non è un caso che la maggior
parte di loro abbia smesso di parlare, […] che è comunemente ritenuto il gesto
sociale per eccellenza” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 15). Come la parola, anche la “casa” è
una costruzione dell’uomo e un elemento sociale primario e indispensabile.
Esclusi dalla “società fatta di tanti ‘io’ realizzati” (idem), questi
personaggi sono senza voce e senza una dimora.
La comunicazione è allora affidata al
linguaggio del corpo, inteso come gestualità, sguardi e sorrisi, ma soprattutto
come lacerazione, sesso e dolore. E’ il corpo a esprimere ogni sentimento o
emozione dei personaggi, a farsi pagina sulla quale scrivere, incidere,
dipingere. “Diffido del parlato, non credo più nella parola. Uso il linguaggio
corporeo perché è più efficace per far capire cosa pensano i personaggi” (Federica
Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione
con Kim Ki-duk, p. 56), afferma il regista. Violenza e automutilazione “sono
le uniche risposte immediate che i miei personaggi sono in grado di mostrare.
Nello stesso tempo le ferite fisiche sono simboli ed espressioni di come i
personaggi lottano all’interno della società” (Davide Morello, Kim Ki-duk, p.27).
Prima di esplodere nel mondo del cinema, Kim
Ki-duk era pittore. E questa sua esperienza è alla base di tutto il suo
percorso cinematografico, che si costruisce su una “scrittura filmica che
valorizza quella capacità comunicativa dell’immagine silenziosa” (idem, p. 66),
che cattura non solo la forza espressiva della gestualità, ma anche quella
dell’ambiente e degli oggetti, che acquistano una funzione narrativa di primo
piano. Una “derivazione fondamentale dalla pittura è l’astrattismo. Nei film di
Kim Ki-duk accade spesso che ciò che è fortemente fisico sia fortemente
mentale” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk,
p. 32).
La parola deve essere interpretata, tradotta:
“I miei film hanno più successo quando
vengono distribuiti all’estero. Quindi, se da un lato non mi importa molto di far
parlare i miei personaggi, dall’altro diventa anche un’esigenza per far sì che
in tutte le nazioni si possano comprendere appieno le loro azioni, senza le
difficoltà che comporta la lingua” (idem, p. 113).
E’ un problema che hanno tutte le opere cinematografiche
che vengono distribuite all’estero, non solo del regista sudcoreano. Ma è
un’ulteriore dimostrazione, concreta, esterna alla creatura soggettiva quale è
il film, dell’ambiguità della parola.
Il silenzio non è solo del
protagonista, ma anche quello dello spettatore. “La nostra reazione di
spettatori di fronte al cinema di Kim Ki-duk è […] muta ed esterrefatta. I suoi
film esigono il silenzio, una disposizione dello spirito improntata a una
meditazione assorta” (Alessia Spagnoli, Il Silenzio sul Male - Il Cinema Muto di Kim Ki-duk).
Dice Kim Ki-duk: “Se fai silenzio puoi riflettere” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim
Ki-duk, p. 48). E ascoltare.
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