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18 novembre 2013

Kim Ki-Duk (parte 2) - Comunicazione: l’inadeguatezza della parola e la forza dell’immagine


La difficoltà di interrelazione tra gli individui è un tema centrale nelle opere di Kim Ki-duk. La comunicazione è talmente indispensabile che, sembra dire l’autore, “si rende necessario abolire un mezzo debole ed equivoco, o semplicemente insufficiente, come la parola” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 18). Ed effettivamente, anche quando i personaggi parlano, sembrano non dire niente, non riescono a instaurare una relazione vera e propria, un contatto significativo e intimo; i dialoghi sono superficiali, non riescono a esprimere nulla. Spiega il regista: “La ragione per cui nei miei film ci sono persone che non parlano è perché qualcosa le ferisce profondamente. La loro fiducia negli altri esseri umani è stata distrutta perché le promesse non sono state mantenute. […] La violenza a cui si rivolgono preferisco chiamarla linguaggio del corpo” (Davide Morello, Kim Ki-duk, p.54).

Mutismo e violenza provocata o auto-inflitta sono peculiarità dominanti dei personaggi kimmiani e sono scatenati non dal “male”, ma dalla sofferenza, da un marchio o da una ferita che non può essere cancellata. Tale stigma è, a volte, visibile: una cicatrice indelebile che sfregia il corpo; ma più spesso è celato in un passato di cui non si sa (e non si saprà) nulla. Infatti, l’intento non è quello di indagare le cause della deriva, bensì l’effetto sull’essere umano.

Si mettono in scena realtà ai margini della società, o addirittura all’infuori di essa, popolate da piccoli malavitosi, corrotti, vagabondi, prostitute, la cui caratteristica precipua è l’impossibilità di avere normali rapporti con gli altri. “Il loro modo di comunicare è gestuale, animalesco, autistico […]. Non è un caso che la maggior parte di loro abbia smesso di parlare, […] che è comunemente ritenuto il gesto sociale per eccellenza” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 15). Come la parola, anche la “casa” è una costruzione dell’uomo e un elemento sociale primario e indispensabile. Esclusi dalla “società fatta di tanti ‘io’ realizzati” (idem), questi personaggi sono senza voce e senza una dimora.

La comunicazione è allora affidata al linguaggio del corpo, inteso come gestualità, sguardi e sorrisi, ma soprattutto come lacerazione, sesso e dolore. E’ il corpo a esprimere ogni sentimento o emozione dei personaggi, a farsi pagina sulla quale scrivere, incidere, dipingere. “Diffido del parlato, non credo più nella parola. Uso il linguaggio corporeo perché è più efficace per far capire cosa pensano i personaggi” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim Ki-duk, p. 56), afferma il regista. Violenza e automutilazione “sono le uniche risposte immediate che i miei personaggi sono in grado di mostrare. Nello stesso tempo le ferite fisiche sono simboli ed espressioni di come i personaggi lottano all’interno della società” (Davide Morello, Kim Ki-duk, p.27).

Prima di esplodere nel mondo del cinema, Kim Ki-duk era pittore. E questa sua esperienza è alla base di tutto il suo percorso cinematografico, che si costruisce su una “scrittura filmica che valorizza quella capacità comunicativa dell’immagine silenziosa” (idem, p. 66), che cattura non solo la forza espressiva della gestualità, ma anche quella dell’ambiente e degli oggetti, che acquistano una funzione narrativa di primo piano. Una “derivazione fondamentale dalla pittura è l’astrattismo. Nei film di Kim Ki-duk accade spesso che ciò che è fortemente fisico sia fortemente mentale” (Vittorio Renzi, Kim Ki-duk, p. 32).

La parola deve essere interpretata, tradotta: “I miei film hanno più successo quando vengono distribuiti all’estero. Quindi, se da un lato non mi importa molto di far parlare i miei personaggi, dall’altro diventa anche un’esigenza per far sì che in tutte le nazioni si possano comprendere appieno le loro azioni, senza le difficoltà che comporta la lingua” (idem, p. 113).

E’ un problema che hanno tutte le opere cinematografiche che vengono distribuite all’estero, non solo del regista sudcoreano. Ma è un’ulteriore dimostrazione, concreta, esterna alla creatura soggettiva quale è il film, dell’ambiguità della parola.

Il silenzio non è solo del protagonista, ma anche quello dello spettatore. “La nostra reazione di spettatori di fronte al cinema di Kim Ki-duk è […] muta ed esterrefatta. I suoi film esigono il silenzio, una disposizione dello spirito improntata a una meditazione assorta” (Alessia Spagnoli, Il Silenzio sul Male - Il Cinema Muto di Kim Ki-duk). Dice Kim Ki-duk: “Se fai silenzio puoi riflettere” (Federica Aliano, Feriti dalla vita. Conversazione con Kim Ki-duk, p. 48). E ascoltare.

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