Solitudine e spaesamento sono temi comuni ai film di Sofia Coppola; le storie e le inquadrature sono pervase da simboli e metafore di tali sentimenti che contraddistinguono la vita dei protagonisti. Anche la tecnica registica ha l’obiettivo di immergere lo spettatore nei tormenti dei personaggi, di creare empatia (e in questo la regista riesce alla perfezione).
Lost in translation racconta l’incontro di due persone nelle cui vite “qualcosa è andato perduto per sempre (per Bob si tratta della perdita di un rapporto con la moglie che parla ormai una lingua diversa dalla sua, per Charlotte della perdita di identità per un fresco matrimonio già in crisi). […] L’opera evoca atmosfere di intraducibilità dei sentimenti, di impossibilità di afferrarli e di trasformali in realtà” (Giovanni Santoro, Nonsolocinema), di incomunicabilità. E lo fa immergendo i protagonisti in un paese straniero di cui non conoscono la lingua né i costumi e all’interno del quale si sentono, nuovamente, soli.
In Somewhere, lo stile è volutamente lento e ripetitivo, metafora della vita del protagonista, vuota e monotona, priva di legami affettivi. Le scene si susseguono noiose, portando lo spettatore a percepire prepotentemente, appunto, la noia in cui è immerso il personaggio principale. Rappresentazione dell’aridità della sua esistenza è il circuito chiuso e spoglio della scena iniziale, emblematica e preannunciante. (A parere di chi scrive, la noia di questo film è comunque troppa! Nessuno vuole vedere un film noioso…)
Entrambi i film presentano diversi momenti negli hotel, “perfetta rappresentazione di un non-luogo affettivo” (Gabriele Capolino, Cineblog).
In Bling Ring, la solitudine è quella della sostanza, mentre lo spaesamento è degli spettatori che assistono a questa storia, che può sembrare assurda e poco realistica (prima ci si chiede come si possa lasciare le chiavi sotto lo zerbino, poi si rimane senza parole di fronte alle dichiarazioni e alle ossessioni dei ragazzi), ma che si rifà a fatti veri (ricostruiti e raccontati nella realtà da Nancy Jo Sales, giornalista di Vanity Fair USA).
In questo film, “la desolazione è l’aspetto più evidente” (Piero Calò, Ondacinema). Le case in cui si introducono i ragazzi/ladri (non) sono abitate da persone “non fisiche”, sempre (e volentieri) lontane dalla propria dimora e, invece, costantemente presenti nelle piazze virtuali dei social. Non è un caso che Paris Hilton, che ha “prestato” la sua vera casa per il film, non compaia mai (ma sia comunque sempre presente). Di grande valenza è la scena in cui una delle scorribande viene ripresa da lontano, dall’esterno della villa, una villa che appare non solo bidimensionale (manca di profondità, come i protagonisti), ma fatta di vetri che permettono di guardare al suo interno, di mostrare e mostrarsi.
La desolazione è anche e soprattutto quella dei valori, dei contenuti, dell’essere.
“Il desiderio di avere ha di gran lunga surclassato quello di essere […], la cui meta finale è il vuoto pneumatico interiore. Rivestito però dalle migliori griffes” (Giancarlo Zappoli, Mymovies); la regista “spinge il pedale sull’estetica per far emergere il vuoto di pensiero che c’è dietro, paradigma di una società occidentale che mitizza anche il più negativo dei modelli” (Andrea D'Addio, Filmup).
Apparire: un bisogno di appiccicare al proprio corpo cose alla moda, emulando l’estetica di altri, senza considerare e sviluppare ciò che c’è all’interno e la propria soggettività.
Di grande intensità è la scena in cui Rebecca, perfetta e bellissima nei suoi abiti firmati e plasmata dal trucco di marca, si osserva allo specchio mentre “indossa” del profumo (due spruzzi sul collo mostrati a rallenty) e successivamente si compiace del risultato, con un’espressione di contentezza talmente profonda e convinta da apparire stridente agli occhi dello spettatore.
I quattro ragazzi (nel film Rebecca, Marc, Nicki e Chloe, nomi fittizi) trascorrono le giornate tra superficiali sogni di fama, tra spinelli, alcol e discoteca, documentando ogni istante del loro “vivere” con foto da postare sui social network (moda diffusissima, bisogno bulimico di mettersi davanti ai riflettori, di testimoniare al mondo di esserci, di rendere vetri i muri di casa propria). Vite inconsistenti, così come inconsistenti sono tutti i dialoghi (chiacchiericcio sempre vuoto, una comunicazione che perde di contenuto e di scopo) e tutte le relazioni (tra genitori-figli e tra amici, che amici in realtà non sono). Inconsistenti sono anche i motivi che spingono al furto: i ragazzi sono “figli di famiglie benestanti di Calabasas, quartiere agiato di Los Angeles, […] esagerano sempre più con droghe ed alcol, fino al “capriccio” che gli costerà la prigione. Famiglie privilegiate dunque, dove quindi viene meno anche l’attenuante della povertà” (Debora Lambruschini, Criticaletteraria).
“E’ bene interrogarsi su cosa spinga a lasciarsi abbagliare da soldi e fama, eccessi che spesso restano impuniti: di chi è la colpa, di questa nostra società sempre più concentrata sull’apparenza, il possesso di cose che definiscono uno status, i divertimenti sempre più distruttivi e precoci; o la famiglia, spesso disfunzionale, incapace di vedere il disagio, ammettere la colpa dei propri figli, essenzialmente ossessionata come loro dal lusso e dalle cose?” (idem). Divertente (e sconvolgente) è sentire i discorsi, ancora un volta talmente superficiali da diventare ridicoli, e percepire gli scopi (quanto mai palesemente privi di probabilità di successo, anzi…) della madre di Nicki e della sua educazione casalinga; emblematica è la scena della colazione in casa della quinta amica, una casa ricca, linda e perfetta, ma priva di anima, dove sullo sfondo lavora una domestica e i membri della famiglia consumano il pasto su tavoli diversi, addirittura dandosi le spalle, ognuno a farsi i fatti propri.
E lo scenario diventa assurdo quando si avvolge su se stesso, quando questi topi di ricchi appartamenti diventano quasi degli “eroi” per il pubblico che ne legge i misfatti e che crea fanpages sui social.
“Il quadro che ne emerge è davvero inquietante, tutto il film in questo senso lo è: non solo nelle azioni di quei giovani, ma anche nelle convinzioni deliranti che pronunciano davanti alle telecamere, […] ma anche l’ossessione dei media per questi figli dell’America più superficiale, incapace di riconoscere modelli positivi da seguire, abbagliata dalle luci dei riflettori e dai vestiti firmati, che finisce col rendere quattro criminali celebrità” (idem). Lo stesso Marc spiega: “È un po’ imbarazzante che tante persone mi apprezzino per qualcosa di così negativo per la società. Se fosse stato per qualcosa di buono o cose del genere mi sarebbe piaciuto. Ma è evidente che l’America abbia un’attrazione malata per queste cose alla Bonnie e Clyde”.
Sofia Coppo dichiara:
“Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia e ho incontrato alcuni dei ragazzi protagonisti della vicenda, per cercare di capire quanto più possibile. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie alle rapine. […]
Il film mostra come la cultura dominante riesca a influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere. Tutta questa storia dice molto sulla nostra epoca e su come crescono gli adolescenti nel mondo di Facebook e Twitter. Credo che il film guardi alla nostra cultura e al fenomeno dei reality e a come queste cose abbiano influenzato i ragazzi. […]
Ho paura che ci si possa sentire attratti da un comportamento adolescenziale spensierato e un po' criminale, per cui spero di non averlo reso troppo affascinante. […]
Più in generale, è la città di Los Angeles ad avere una parte importante nel film. Los Angeles è oggi il centro della cultura americana di massa, a causa di tutti i reality show che vi vengono ambientati. La cultura del tappeto rosso è diventata così influente, in tutto il paese, che questa storia doveva svolgersi per forza qui.”
Una nota di colore:
“Mi piaceva l'idea che [gli attori] avessero davvero 16 e 17 anni, perché mi dà sempre fastidio vedere un venticinquenne interpretare il ruolo di un teenager.”
Un breve commento, del tutto personale, sulla presenza, a mio parere in contrasto con il messaggio del film, di Emma Watson. L’attrice è da tempo all’apice della fama, del chiacchiericcio del gossip e della moda, dopo la sua “maturazione” come donna, e presa come modello di riferimento da molte adolescenti. Nel film, Emma Watson rincorre se stessa. Nicki (ragazza qualunque, interpretata dall’attrice suddetta) vuole vestire i panni della star (appunto, Emma Watson), enfatizzando (al quadrato) il desiderio della ribalta. Chi di senso critico ne ha poco, può cadere in tale rappresentazione.
Lost in translation racconta l’incontro di due persone nelle cui vite “qualcosa è andato perduto per sempre (per Bob si tratta della perdita di un rapporto con la moglie che parla ormai una lingua diversa dalla sua, per Charlotte della perdita di identità per un fresco matrimonio già in crisi). […] L’opera evoca atmosfere di intraducibilità dei sentimenti, di impossibilità di afferrarli e di trasformali in realtà” (Giovanni Santoro, Nonsolocinema), di incomunicabilità. E lo fa immergendo i protagonisti in un paese straniero di cui non conoscono la lingua né i costumi e all’interno del quale si sentono, nuovamente, soli.
In Somewhere, lo stile è volutamente lento e ripetitivo, metafora della vita del protagonista, vuota e monotona, priva di legami affettivi. Le scene si susseguono noiose, portando lo spettatore a percepire prepotentemente, appunto, la noia in cui è immerso il personaggio principale. Rappresentazione dell’aridità della sua esistenza è il circuito chiuso e spoglio della scena iniziale, emblematica e preannunciante. (A parere di chi scrive, la noia di questo film è comunque troppa! Nessuno vuole vedere un film noioso…)
Entrambi i film presentano diversi momenti negli hotel, “perfetta rappresentazione di un non-luogo affettivo” (Gabriele Capolino, Cineblog).
In Bling Ring, la solitudine è quella della sostanza, mentre lo spaesamento è degli spettatori che assistono a questa storia, che può sembrare assurda e poco realistica (prima ci si chiede come si possa lasciare le chiavi sotto lo zerbino, poi si rimane senza parole di fronte alle dichiarazioni e alle ossessioni dei ragazzi), ma che si rifà a fatti veri (ricostruiti e raccontati nella realtà da Nancy Jo Sales, giornalista di Vanity Fair USA).
In questo film, “la desolazione è l’aspetto più evidente” (Piero Calò, Ondacinema). Le case in cui si introducono i ragazzi/ladri (non) sono abitate da persone “non fisiche”, sempre (e volentieri) lontane dalla propria dimora e, invece, costantemente presenti nelle piazze virtuali dei social. Non è un caso che Paris Hilton, che ha “prestato” la sua vera casa per il film, non compaia mai (ma sia comunque sempre presente). Di grande valenza è la scena in cui una delle scorribande viene ripresa da lontano, dall’esterno della villa, una villa che appare non solo bidimensionale (manca di profondità, come i protagonisti), ma fatta di vetri che permettono di guardare al suo interno, di mostrare e mostrarsi.
La desolazione è anche e soprattutto quella dei valori, dei contenuti, dell’essere.
“Il desiderio di avere ha di gran lunga surclassato quello di essere […], la cui meta finale è il vuoto pneumatico interiore. Rivestito però dalle migliori griffes” (Giancarlo Zappoli, Mymovies); la regista “spinge il pedale sull’estetica per far emergere il vuoto di pensiero che c’è dietro, paradigma di una società occidentale che mitizza anche il più negativo dei modelli” (Andrea D'Addio, Filmup).
Apparire: un bisogno di appiccicare al proprio corpo cose alla moda, emulando l’estetica di altri, senza considerare e sviluppare ciò che c’è all’interno e la propria soggettività.
Di grande intensità è la scena in cui Rebecca, perfetta e bellissima nei suoi abiti firmati e plasmata dal trucco di marca, si osserva allo specchio mentre “indossa” del profumo (due spruzzi sul collo mostrati a rallenty) e successivamente si compiace del risultato, con un’espressione di contentezza talmente profonda e convinta da apparire stridente agli occhi dello spettatore.
I quattro ragazzi (nel film Rebecca, Marc, Nicki e Chloe, nomi fittizi) trascorrono le giornate tra superficiali sogni di fama, tra spinelli, alcol e discoteca, documentando ogni istante del loro “vivere” con foto da postare sui social network (moda diffusissima, bisogno bulimico di mettersi davanti ai riflettori, di testimoniare al mondo di esserci, di rendere vetri i muri di casa propria). Vite inconsistenti, così come inconsistenti sono tutti i dialoghi (chiacchiericcio sempre vuoto, una comunicazione che perde di contenuto e di scopo) e tutte le relazioni (tra genitori-figli e tra amici, che amici in realtà non sono). Inconsistenti sono anche i motivi che spingono al furto: i ragazzi sono “figli di famiglie benestanti di Calabasas, quartiere agiato di Los Angeles, […] esagerano sempre più con droghe ed alcol, fino al “capriccio” che gli costerà la prigione. Famiglie privilegiate dunque, dove quindi viene meno anche l’attenuante della povertà” (Debora Lambruschini, Criticaletteraria).
“E’ bene interrogarsi su cosa spinga a lasciarsi abbagliare da soldi e fama, eccessi che spesso restano impuniti: di chi è la colpa, di questa nostra società sempre più concentrata sull’apparenza, il possesso di cose che definiscono uno status, i divertimenti sempre più distruttivi e precoci; o la famiglia, spesso disfunzionale, incapace di vedere il disagio, ammettere la colpa dei propri figli, essenzialmente ossessionata come loro dal lusso e dalle cose?” (idem). Divertente (e sconvolgente) è sentire i discorsi, ancora un volta talmente superficiali da diventare ridicoli, e percepire gli scopi (quanto mai palesemente privi di probabilità di successo, anzi…) della madre di Nicki e della sua educazione casalinga; emblematica è la scena della colazione in casa della quinta amica, una casa ricca, linda e perfetta, ma priva di anima, dove sullo sfondo lavora una domestica e i membri della famiglia consumano il pasto su tavoli diversi, addirittura dandosi le spalle, ognuno a farsi i fatti propri.
E lo scenario diventa assurdo quando si avvolge su se stesso, quando questi topi di ricchi appartamenti diventano quasi degli “eroi” per il pubblico che ne legge i misfatti e che crea fanpages sui social.
“Il quadro che ne emerge è davvero inquietante, tutto il film in questo senso lo è: non solo nelle azioni di quei giovani, ma anche nelle convinzioni deliranti che pronunciano davanti alle telecamere, […] ma anche l’ossessione dei media per questi figli dell’America più superficiale, incapace di riconoscere modelli positivi da seguire, abbagliata dalle luci dei riflettori e dai vestiti firmati, che finisce col rendere quattro criminali celebrità” (idem). Lo stesso Marc spiega: “È un po’ imbarazzante che tante persone mi apprezzino per qualcosa di così negativo per la società. Se fosse stato per qualcosa di buono o cose del genere mi sarebbe piaciuto. Ma è evidente che l’America abbia un’attrazione malata per queste cose alla Bonnie e Clyde”.
Sofia Coppo dichiara:
“Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia e ho incontrato alcuni dei ragazzi protagonisti della vicenda, per cercare di capire quanto più possibile. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie alle rapine. […]
Il film mostra come la cultura dominante riesca a influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere. Tutta questa storia dice molto sulla nostra epoca e su come crescono gli adolescenti nel mondo di Facebook e Twitter. Credo che il film guardi alla nostra cultura e al fenomeno dei reality e a come queste cose abbiano influenzato i ragazzi. […]
Ho paura che ci si possa sentire attratti da un comportamento adolescenziale spensierato e un po' criminale, per cui spero di non averlo reso troppo affascinante. […]
Più in generale, è la città di Los Angeles ad avere una parte importante nel film. Los Angeles è oggi il centro della cultura americana di massa, a causa di tutti i reality show che vi vengono ambientati. La cultura del tappeto rosso è diventata così influente, in tutto il paese, che questa storia doveva svolgersi per forza qui.”
Una nota di colore:
“Mi piaceva l'idea che [gli attori] avessero davvero 16 e 17 anni, perché mi dà sempre fastidio vedere un venticinquenne interpretare il ruolo di un teenager.”
Un breve commento, del tutto personale, sulla presenza, a mio parere in contrasto con il messaggio del film, di Emma Watson. L’attrice è da tempo all’apice della fama, del chiacchiericcio del gossip e della moda, dopo la sua “maturazione” come donna, e presa come modello di riferimento da molte adolescenti. Nel film, Emma Watson rincorre se stessa. Nicki (ragazza qualunque, interpretata dall’attrice suddetta) vuole vestire i panni della star (appunto, Emma Watson), enfatizzando (al quadrato) il desiderio della ribalta. Chi di senso critico ne ha poco, può cadere in tale rappresentazione.
Assolutamente tutto azzeccato!
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