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10 ottobre 2013

The Brave, Ribelle - La mia recensione


Incastrata dentro un elegante vestito da principessa, da fanciulla posata e delicata, Merida “sfoggia” tutta la sua insofferenza, in una scena-metafora che mostra la sua condizione: legata, costretta, “violentata” dall’etichetta che la vorrebbe sì tenace, ma soprattutto aggraziata, raffinata, distinta (e chi più ne ha più ne metta), ligia alle tradizioni del proprio popolo… perfetta “Principessa Disney”; i suoi rossi ricci fluenti, simbolo (quanto mai) visibile del suo spirito ardente e incontenibile, sono ora completamente nascosti, imbrigliati sotto quell’abito messole a forza.
La sua voglia di emancipazione passa, qui, non dalla conquista dell’amore/amato (come succede per tutte le Principesse Disney, Mulan a parte), bensì dall’affermazione della propria volontà, che è anch’essa una conquista, ma di libertà (anche di amare).

Non c’è un vero cattivo da sconfiggere, una personificazione del male e del pericolo che aleggia (l’oscuro e temibile orso Mor’du è solo una minaccia contingente, che arricchisce la narrazione e la completa, ma non è il motore dell’azione). Al centro vi è il conflitto tra madre e figlia, un contrasto generazionale che vedrà la separazione di due figure già lontane e il loro successivo venirsi incontro, imparando l’una dall’altra.

“Se poco più di un anno fa la Disney con Rapunzel aveva raccontato di una principessa che capisce di dover conquistare l'indipendenza dalla sua figura materna attraverso un atto di ribellione, ora la Pixar propone il rovescio della medaglia: una ribelle che per realizzarsi comprende di dover venire a patti con i genitori e quindi con la tradizione” (Gabriele Niola, Ribelle - The Brave, Mymovies.it).
Detto ciò, risulta incomprensibile la scelta di cambiare (e non tradurre) il titolo in “Ribelle”, che perde completamente (e svia) il significato di coraggio espresso nel film.
Nelle storie Disney, la madre è quasi sempre assente (fisicamente o a livello di importanza diegetica), spesso sostituita da una matrigna cattiva. Qui, come detto, è invece uno dei due perni dell’azione.

Tutta la storia è condita da una serie di scenette comiche e gag, che vedono come protagonisti in primis i tre piccoli gemelli, ma anche mamma-orso e i pretendenti. Tutti i personaggi maschili vengono ritratti come degli idioti… ma anche questo fa parte dell’ironia del film.

Non è il racconto che stupisce (il dipanarsi dell’azione incuriosisce per una buona metà della visione, ma da quando l’incantesimo sortisce effetto, il seguito diventa prevedibile), quanto l’aspetto grafico e visivo. Non si può che cominciare dai ricci: qualcosa di eccezionale! “Merida è probabilmente il personaggio dal look più interessante degli ultimi 20 anni, dotata di una chioma rossa che da sola ne illustra la forza combattiva, la dolcezza e le asperità di carattere” (Gabriele Niola, ibidem). E’ innegabile: è il simbolo del film... e non per il colore acceso o per l’esteso volume, ma per l’incredibile risultato visivo, per la perfezione realizzativa (il completamento dell’opera, a detta della stessa Pixar, è stato ritardato proprio a causa della cura rivolta ai capelli di Merida). A sbalordire sono anche i paesaggi, gli sfondi, i dettagli minuziosi e maniacali, che creano immagini suggestive, magiche, coinvolgenti, “immersive”.

La narrazione è pregna, come sempre nei film Pixar, di citazioni e rimandi. Evidentissimo è Braveheart Macintosh, che oltre a sfoggiare un riconoscibilissimo bodypaint, ha nel nome (beh… nel cognome) un rimando a Steve Jobs, ex amministratore delegato della Pixar, che viene ringraziato e ricordato nei titoli di coda. La trasformazione in orso ricorda quella di Kenai in Koda fratello orso. Nella casa/laboratorio della strega/intagliatrice si possono notare (anche se è alquanto difficile al primo tentativo) il furgoncino del Pizza Planet:
e un’incisione che raffigura Sully di Monsters & Co.:
Forse è solo una coincidenza la sagoma di un topolino che si intravede tra le pietre che formano un muro interno del castello:

Il finale ricorda molto quello de La Bella e la Bestia (se l’espressione “Il finale” non vi ha allarmato, avviso ora: ATTENZIONE SPOILER): notte, pioggia scrosciante, una fiumana di uomini marcia con forche (qui, invero, lance) e fiaccole infuocate per andare a “uccidere la Bestia”, che verrà salvata dalla protagonista e riacquisterà sembianze umane all’ultimo istante grazie all’amore (un amore diverso da quello che la Disney ci ha sempre mostrato, quello tra madre e figlia).

Unica nota negative: la narrazione viene intervallata da due canzoni (solo due, non un’intera serie di brani cantati coesa con la storia) che ho trovato completamente inutili per la diegesi (e oltretutto bruttine…).

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