Oggetto di queste pagine sarà l’analisi della figura femminile che emerge dalla visione di alcuni dei Classici Disney, con particolare attenzione a quella delle Principesse.
Dopo uno scorcio teorico sui concetti di stereotipo e genere, si passeranno al microscopio le protagoniste e, più in generale, anche i ruoli e l’aspetto di alcune figure secondarie, ma comunque importanti nella diegesi.
Non mi dilungherò nel raccontare le trame dei film d’animazione che verranno citati, partendo dal presupposto che il lettore già conosca il contesto e, in particolare, abbia visto queste opere entrate nella storia del cinema. Cercherò di essere breve ed efficace, evitando giri di parole e inutili ripetizioni. Perché anche il tempo è un valore.
Il rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, bensì mediato dalle immagini mentali che di essa ciascun individuo si forma. Tali immagini sono delle semplificazioni che il nostro intelletto costruisce quali “scorciatoie” per comprendere e analizzare con efficace velocità l’immensa complessità del mondo esterno. In altri termini, la realtà viene classificata attraverso rappresentazioni ipersemplificate.
Lo stereotipo è un particolare fenomeno di classificazione e semplificazione, un peculiare sottoinsieme di quanto spiegato sopra; un sistema di credenze e di opinioni, precostituito e generalizzato, non acquisito sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, che un gruppo sociale associa a un altro gruppo, senza distinzioni né verifiche.
Esso è sì uno strumento che il nostro cervello utilizza per ridurre la complessità dell’ambiente, ma, dall’altro lato della medaglia, annulla al contempo le differenze individuali, appiccicando, senza distinzioni, le medesime caratteristiche a ciascun membro del gruppo. Se diventa troppo rigido, lo stereotipo ingabbia, porta a osservare il tutto con la lente del cliché deformando la realtà.
Altra caratteristica degli stereotipi è la loro persistenza anche attraverso le generazioni, indifferenti alla realtà che nel frattempo si evolve e modifica le condizioni in cui avevano avuto origine. Da questo punto di vista, il problema nasce quando si verifica un congelamento del modo di classificare la realtà nonostante quest’ultima sia cambiata; quando gli stereotipi, ancorati a una realtà ormai passata e diversa, diventano anacronistici e quindi ancora più dannosi.
Tra gli stereotipi, quelli di genere sono i più frequenti e maggiormente condivisi dalla società, nonché tra i più resistenti nel tempo. Ciò che è pericoloso in questa stereotipizzazione è non solo la componente descrittiva, ma soprattutto quella prescrittiva.
Tradizionalmente, gli individui vengono divisi sulla base delle loro differenze biologiche, fisiche e anatomiche: il sesso, maschio o femmina. Il genere rappresenta invece una “costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo/donna” (wikipedia.it).
I due aspetti sono dunque molto differenti: il primo è innato, il secondo è appreso, prodotto della cultura e frutto di un persistente rinforzo sociale.
Con l’espressione sex-gender system, l’antropologa americana Gayle Rubin indica quell’insieme di “processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra uomini e donne, differenziandoli l’uno dall’altro: creando, appunto, ‘il genere’”. Esprime come “il dato biologico viene trasformato in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione privilegiata rispetto al femminile, al quale è legato da strette connessioni da cui entrambi ne derivano una reciproca definizione” (wikipedia.it).
L’uso degli stereotipi di genere conduce alla formazione di aspettative condivise, basate sulla diversità biologica, sul ruolo e sull’atteggiamento di uomini e donne e, a ciascuno, impongono determinate caratteristiche. Essi dunque, una volta interiorizzati, condizionano scelte e comportamenti in modo sottile e spesso inconsapevole.
Lo stereotipo femminile tradizionale propone una donna che si realizza nella sfera privata e che ha un ruolo subordinato rispetto all’uomo; i suoi compiti sono il taking care (aiutare, nutrire, offrire calore), oltre all’occuparsi della casa, mentre le sue qualità sono legate alla communality (capacità di stringere relazioni interpersonali): empatia e comprensione, dolcezza e gentilezza, sensibilità e loquacità, nonché sottomissione e dipendenza.
L’identità di genere si forma nella primissima infanzia e viene rafforzata da famiglia, scuola e media, a cominciare dalle favole. Se è vero che le fiabe (narrazioni originarie della tradizione popolare) storicamente propongono una commistione tra personaggi e luoghi di fantasia e il mondo reale e terminano con il lieto fine, ma nascono con intento educativo e di crescita morale, provenendo dal più profondo vissuto e narrando un “rito d’iniziazione” che sancisce il passaggio all’età adulta, è altresì vero che, al giorno d’oggi, hanno perso la loro ragion d’essere (l’intento educativo, appunto), restando mere occasioni di svago e spunti per volare con la fantasia. Tuttavia, non ci si accorge che queste storie veicolano stereotipi vecchi e consumati, finanche pericolosi.
Durante l’infanzia, la mente è estremamente plastica, particolarmente ricettiva, ma sprovvista degli strumenti necessari a filtrare le informazioni di cui viene bombardata. “Come risultato, i dati immagazzinati in questo periodo della crescita sono tenacemente ancorati alla nostra memoria e diventano pertanto parte integrante del nostro essere persone. […] Spesso, le peculiari caratteristiche del cervello in crescita vengono ignorate da chi si occupa della tv per bambini/ragazzi, con il risultato che questa propone programmi grondanti stereotipi sessisti, stereotipi che solo una piccola parte di chi li ha passivamente subiti durante l’infanzia riuscirà a scardinare durante la vita adulta” (comunicazionedigenere.wordpress.com).
“La Walt Disney Company è la più grande azienda del mondo nel campo dei media e dello spettacolo, leader assoluta del mercato dell'intrattenimento per l'infanzia” (wikipedia.it). Fu fondata il 16 ottobre 1923 da Walter Disney. I Walt Disney Animation Studios sono responsabili della produzione di molti film d'animazione, tra cui i "Classici"; sono un elemento chiave della Walt Disney Company e il più antico studio di animazione ancora in attività.
In questa mia analisi, vorrei suddividere la storia (e la filmografia presa in oggetto) della Disney in tre blocchi. Il primo si estende dalla sua fondazione fino alla morte di Walt Disney (1966), la cosiddetta “Golden age”, a cui segue un periodo di forte crisi creativa e direttiva (che è caratterizzata da storie con protagonisti animali parlanti e un minor utilizzo delle canzoni), nonché di insuccesso finanziario.
Nel 1984, Michael Eisner divenne il nuovo amministratore delegato della società e Frank Wells vestì la carica di presidente. Il duo, legato da uno stretto rapporto di amicizia e di grande affinità creativa, risollevò la Disney dai gravi problemi economici e artistici, che apparivano inarrestabili, e fu il principale fautore di una, appunto, inaspettata resurrezione, non solo finanziaria, ma anche e soprattutto artistica: il “Rinascimento Disney” (secondo periodo che prenderò in considerazione), che si estende tra il 1989 e il 1999, in cui lo studio torna prepotentemente alla ribalta producendo una lunga serie di successi, facendo entrare alcuni di essi nella storia del cinema e riscuotendo ampissimo consenso di pubblico e critica. Ad accomunare gran parte delle pellicole disneyane di questo periodo è la scelta di seguire una comune struttura narrativa, ancorata a una precisa formulazione: per prima cosa il ritorno all’utilizzo massiccio delle canzoni all’interno della diegesi, fino a metterle al centro di ciascun progetto, in chiave musical, alle quali si affianca sempre una storia sentimentale, basata su un amore all’apparenza impossibile. A queste caratteristiche inerenti al genere della storia, si abbinano peculiarità dei personaggi: un giovane protagonista solitamente orfano di uno o entrambi i genitori e l'inserimento di animali/macchiette strettamente legati ai personaggi principali.
Nel 1994 muore tragicamente Frank Wells, segnando profondamente l’amico e collega Eisner e dando il via a un nuovo periodo di crisi creativa e dunque economica, aggravato dalla decisione di non affidare il posto vacante al nuovo grande talento dell'azienda, Jeffrey Katzenberg, che si stacca dalla Disney per fondare la Dreamworks Animations. Il panorama cinematografico si arricchisce di nuovi studi di animazione, che propongono nuovi intrecci slegati dalla fiaba tradizionale, più moderni, più ironici e parodistici (Dreamworks) o inseriti in un contesto reale (il “mondo” Pixar), la cui concorrenza insidia, fino a sovrastare e addirittura oscurare, le nuove pellicole disneyane. “Col passare degli anni, la Disney si vedeva sempre meno protagonista in un mondo sempre più competitivo. […] In casa Disney non solo mancavano le idee, ma anche quell'identità che, pur negli inevitabili momenti bui di decenni di storia, l'aveva sempre contraddistinta. Per la prima volta forse nella sua storia, la Disney era completamente fuori gioco e fuori tempo, una ‘nonna’ guardata con quella riverente compassione riservata ai gloriosi dinosauri: tantissimo rispetto, certo, ma anche la consapevolezza che il gotha dell'animazione era altrove da tempo” (Riccardo Nuziale, Ralph Spaccatutto, Paperman, John Lasseter e la rinascita Disney - Speciale, everyeye.it).
Dopo svariati flop di critica e al botteghino, nel 2006 John Lasseter (produttore esecutivo, nonché uno dei membri fondatori della Pixar) viene nominato Direttore Creativo della Disney e riuscirà a riportare gli Studios non solo alla ribalta, ma allo sfarzo e al dominio di un tempo. L’ultimo periodo oggetto dell’analisi inizia qui. L’intento di Lasseter fu subito chiaro: riprendere l’identità perduta, ristabilendo il carattere fiabesco (ma senza cadere nell’anacronismo, dando anzi una nuova dimensione e solidità alle icone per eccellenza delle pellicole disneyane: le principesse), reintroducendo le canzoni e abbandonando l’escamotage (forzato e puerile) di strizzare l’occhio al pubblico attraverso un elemento ironico centrale e accentuato.
All'inizio del 2000 nacque l'idea per un franchise ispirato alle “Principesse Disney”, di cui fanno parte: Biancaneve, Cenerentola, Aurora, Ariel, Belle, Jasmine, Pocahontas, Mulan, Tiana, Rapunzel e Merida. Anche Anna e Elsa, protagoniste di Frozen, dovrebbero entrare nelle fila del franchise.
"La vita delle Principesse prosegue fuori dal testo cinematografico, dove l’immaginazione si incontra con il consumo, cioè nel regno del marketing, e dove tutto sembra riassorbirsi in un mondo di perfetta armonia, privo di conflitti e contrasti; la mitologia individuale di ciascun personaggio femminile si traduce in una declinazione stilistica della loro personalità in termini di look, outfit e styling. I tratti innovativi del personaggio di Belle, per esempio, giocati nel lungometraggio Beauty and the Beast sull’amore per la lettura e l’avventura come alternativa a un modello femminile più sexy ma anche più remissivo, scompaiono per lasciare posto a “una nuova Belle, che assomiglia a quella precedente ma è ridotta a una immagine bidimensionale che pensa solo a specchi e biancheria per la notte, o una bambola da vestire con una infinità di abiti regali" (Piermarco Aroldi, Ri-belle in rosa: figure dell’adolescenza nel franchise delle Principesse Disney).
Continua...
L’evoluzione delle Principesse - L’attesa, passiva. Golden age?
L’evoluzione delle Principesse - Rinascimento e adolescenza
L’evoluzione delle Principesse - (Ri)conquista dell’identità: sfumature
Cincopa Gallery
...
07 ottobre 2016
14 novembre 2015
Hunger Games Saga - In attesa dell'uscita dell'ultimo capitolo, ricapitoliamo...
Ennesima
trasposizione cinematografica di un romanzo fantasy
young-adult, racconta di un (di
nuovo) ennesimo futuro distopico.
Qual è,
dunque, la sorpresa? Che, finalmente, siamo di fronte a un prodotto di
eccellenza e non di uno degli ormai troppi film fatti “come viene”, lanciati al
successo del botteghino grazie alle massicce campagne pubblicitarie che
bombardano da ogni direzione, agli effetti speciali mirabolanti, alla presenza di attori-addominali al vento-idoli delle
adolescenti o di supereroi-attira
nerd, ma vuoti nella sostanza.
Hunger Games
non è solo la storia di Katniss Everdeen, della lotta e sopravvivenza alla
barbarie dei Giochi, dei dodici/tredici Distretti e di Capital City; tutta la
Saga è innanzitutto la storia di uno show.
Gli Hunger
Games sono un reality nel quale 24 adolescenti devono uccidersi tra loro finché
non ne rimarrà uno solo; un appuntamento che, ogni anno, tiene incollata allo
schermo tutta Panem: uno spettacolo eccitante per gli abitanti della Capitale,
una tragedia seguita con flebile speranza (di riabbracciare il figlio strappato
da casa) dai poveri dei Distretti.
Il potere di
Capital City, personificato nel Presidente Snow, tiene sottomessi i Distretti, costretti
a estrarre e lavorare materie prime di cui solo una ristrettissima minoranza
potrà godere.
I Giochi
hanno un duplice obiettivo: sono un esercizio di potere e controllo e una
“distrazione, perché la gente dimentichi quali siano i problemi reali” (spiega Haymitch,
vincitore e mentore dei tributi del Distretto 12).
Lo show è
totale: i tributi vengono agghindati dai migliori stilisti e fatti sfilare in
diretta nazionale tra spettatori urlanti; studiati e valutati nelle loro
capacità dagli sponsor, i quali, durante lo scontro, supporteranno il cavallo
sul quale hanno puntato; intervistati per svelarne i segreti e le emozioni
(veri o fasulli), messi a nudo in un gossip perverso, prima di essere mandati
al macello.
“Sono una
loro proprietà”, afferma Katniss. E’ una sfilata di cadaveri (dead man walking) circondata da
applausi ed eccitazione.
“La
spettacolarizzazione della morte tipica della nostra società […] La morte in
diretta, la morte spettacolo” (Michele Santuliana nel suo blog).
Haymitch
spiega l’importanza di accattivarsi le simpatie del pubblico e degli sponsor: Katniss
non vuole/riesce a piegarsi a tale assurdità, mentre Peeta, all’opposto, si
dimostra da subito portato per la recita, gettando le basi per la nascita degli
“sfortunati amanti del Distretto 12” che commuoveranno tutta la Capitale,
svelando il suo amore segreto e senza futuro per la ragazza (perché al
massimo uno solo dei due sopravvivrà). La battaglia è già iniziata, nonostante i tributi non
siano ancora nell’arena.
A Giochi in
corso, Katniss, al fine di proteggere e aiutare Peeta, si convincerà a
recitare, a dare al pubblico ciò che vuole.
Per sua
natura, lo stesso show, che è dimostrazione della supremazia di Capital City
sulle vite di chiunque, garantisce ai pupilli degli spettatori un potere
smisurato. Gli “sfortunati amanti” hanno tale presa che le regole vengono
cambiate in corso (Capital City può fare ciò che vuole, scrive e riscrive le leggi in base alla situazione contingente): potranno esserci 2 vincitori,
ammesso che siano dello stesso Distretto.
La chiave di
volta è tutta qui: in un regime nel quale la comunicazione tra i Distretti è
preclusa (al duplice fine di non permettere che si sappiano le condizioni disumane
in cui vivono e di impedire la formazione di alleanze ribelli), questa stessa
ostentazione di potere (i Giochi) offre visibilità ai tributi. A loro saperla
sfruttare.
I gesti
altruistici di Katniss (si offre volontaria al posto della sorellina; nel mezzo
della battaglia, onorerà la morte della piccola Rue con un funerale, perché non
si tratta né di “giochi” né di “oggetti”, la morte è vera; lotta non solo per
la propria sopravvivenza, ma anche per quella del compagno Peeta), uniti
all’immagine che lo stilista Cinna crea per l’eroina (gli abiti neri in fiamme:
il Distretto 12 estrae carbone dalle miniere), accendono gli animi dei
Distretti sfruttati. Vincitrice insieme a Peeta, Katniss è la “Ragazza in
fiamme” e la “Ghiandaia imitatrice”: senza volerlo, è diventata il simbolo
della ribellione nascente.
Lo show, dimostrazione di potere e supremazia del regime sui sudditi, ha,
come detto, dato ai due sopravvissuti (sudditi) il potere. Durante una fustigazione in
piazza, essi si ergono a scudo del malcapitato: sono i beniamini di Capital City, i
pacificatori non possono toccarli. “Si sentono tutti invincibili [i
vincitori]”, commenta Snow osservando la scena (ora conscio di quel potere che gli ha involontariamente fornito).
La ragazza è
dunque un pericolo per il Presidente: deve morire, ma senza diventare un
martire (una morte che va quindi costruita e comunicata nel modo giusto).
“Cosa è giusto
che immagini?”, chiede Katniss a Snow. “Inizi immaginando migliaia e migliaia
di morti fra la sua gente, la vostra città ridotta in cenere, rasa al suolo.
[…] Sì e battuta molto bene durante gli Hunger Games, ma quelli erano giochi...
le piacerebbe una guerra vera?”. Il Presidente intima alla ragazza di
continuare la recita degli amanti (che culminerà nell’annuncio, in tv, del
matrimonio) e di placare i toni nei Distretti, mostrandosi dalla parte del
regime (ella non vuole mettere nessuno in pericolo e Snow fa leva su questo).
“Pronta a lavorare?”, chiede Cinna a Katniss: perché di questo si tratta,
comincia un nuovo show e lei dovrà essere convincente di fronte alle
telecamere.
La forza magnetica
di Katniss che ha stregato tutti (gli abitanti di Capital City la adorano,
quelli dei Distretti la innalzano a simbolo; “Che capelli incantevoli tesoro! Da quando
ti fai quella treccia [la stessa di Katniss]?” chiede Snow, indispettito. “Ma dai nonno, ora tutte
le ragazzi li portano così!”: le bambine si acconciano come lei, persino la nipote del dittatore! E’ un idolo!)
ha catturato anche il Presidente, riempie i suoi pensieri a tal punto da fargli
perdere il quadro generale e farsi influenzare/guidare da Plutarch, nuovo stratega per
l’Edizione della memoria (ma segretamente simpatizzante per la fazione opposta), verso mosse che
accenderanno la fiamma della ribellione.
E’ tutto un
piano ben congeniato: portare all’estremo la rabbia dei Distretti e togliere
loro anche quella piccola fiamma di speranza (incarnata, ogni anno, dal
sopravvissuto ai Giochi, che potrà riabbracciare la propria famiglia) per unire
e far esplodere la rivolta. I nuovi tributi saranno scelti tra i vincitori
delle edizioni precedenti: Katniss è condannata (e il, finto, matrimonio
annullato), “l'incubo ricomincia: si torna nell'Arena” (Antonella Murolo, everyeye.it).
Snow spiega tale decisione a tutta Panem: “Affinché si ricordi che neanche i
più forti possono prevalere sul potere di Capital City”; siete avvertiti.
Come è
successo nell’edizione precedente (quando la regola del singolo sopravvissuto è
stata modificata una tantum), anche
ora il regime modifica le regole, quando e come vuole: “Sono molto arrabbiata,
perché mi hanno dato una bella fregatura. L'accordo era che se vincevo gli
Hunger Games avrei vissuto il resto della vita in pace... ma adesso vuoi
uccidermi un'altra volta?!” è lo sfogo di uno dei vincitori. Di nuovo, lo show
offre visibilità a qualcosa che va contro gli interessi di chi l’ha
organizzato.
Nuovi
Giochi, nuova sfilata, e la Ragazza è sempre in fiamme: stavolta lo sguardo è
fisso su Snow e quando la biga passa davanti al Presidente ella accende i
fuochi.
Durante le
interviste, Katniss sfoggia l’abito nunziale, emozionando il pubblico. Di nuovo
compaiono le fiamme, che bruciano il vestito bianco e ne scoprono uno scuro
addobbato con grandi ali. Il messaggio firmato Cinna (che pagherà per questo) è
chiaro: Capital City distrugge e calpesta l’amore, la Ghiandaia imitatrice è il
simbolo della lotta, è ora di ribellarsi!
A gettare
benzina sul fuoco ci pensa di nuovo Peeta (geniale nell’approcciarsi alle telecamere
e generare attenzione), dichiarando che la sua compagna è incinta. Le armi
usate dal regime sono ora imbracciate contro di esso: la menzogna in diretta tv,
la recita per condizionare il pubblico.
“Fermate i
Giochi” è il grido che si alza dagli stessi cittadini della Capitale, mentre i
tributi tutti (che l’indomani saranno avversari mortali) si tengono per mano
(uniti anziché l’uno contro l’altro). Le telecamere riprendono tutto.
Il potere
non può mostrare debolezza e l’Edizione della memoria prosegue, ma Katniss
viene liberata dall’arena dai ribelli. Tuttavia, Peeta rimane lì, nelle mani di
Snow.
“Hunger Games: La ragazza di fuoco
racconta le logiche dello show business,
la fascinazione nei confronti della violenza e l’oppressione di un regime dittatoriale”
(Luca Buccella, rosebuddies.it).
Nel terzo
capitolo, Katniss più che un’eroina è una vittima, “una pedina nello scacchiere
della ribellione” (Alex Poltronieri, ondacinema) e il film “racconta la
dialettica tra apparire ed essere dell'eroina” (Gabriele Niola, mymovies.it).
Katniss “ha
avuto nell'abbigliamento, nel trucco e nelle acconciature le armi di una guerra
combattuta tanto sui media quanto sul campo e che si trova a dover lottare per
il controllo della propria immagine, capace di fare più male con un'espressione
e una parola che con una freccia. Ancora più che in passato in questo film si
trova ad essere oggetto dell'attenzione delle videocamere, corpo da riprendere,
volto di cui gli altri personaggi del film sono assetati e su cui si misura la
rivoluzione. Quello di Jennifer Lawrence è un personaggio cruciale perché non
si chiede mai <<chi sono>> ma <<cosa vedono di me quando
appaio sugli schermi>>” (Idem).
Lontano
dalle telecamere del regime, si scopre che il Distretto 13 vive ancora e si
prepara alla rivolta. “La resistenza ha in Plutarch il suo esperto di
comunicazione e lui intende usare l'immagine dell'eroina per convincere tutti
gli altri distretti a ribellarsi e unirsi nella guerra alla Capitale. Così
mentre il presidente Snow sfrutta Peeta come volto (suo malgrado) del potere,
la resistenza gira video di propaganda con Katniss e raccoglie adesioni in
attesa di sferrare l'attacco finale. […] L'idea comune a tutta la saga è che
quel che viene comunicato attraverso i media non abbia molto in comune con la
vita reale, quanto realtà e sua rappresentazione siano distanti. […] Ogni
immagine girata intorno a Katniss dalla troupe di cineasti militari che la
segue è una bugia, riprese vere usate per dire cose false girate come, in
effetti, si girano i film ad Hollywood (con un misto di green screen, postproduzione
e riprese dal vero)” (idem); “addirittura
uno dei video di propaganda assomiglia al trailer del film e usa il simbolo
della ghiandaia esattamente come ha fatto il marketing Universal” (Gabriele
Niola, badtaste.it).
Non vi sono
Giochi da mandare in onda, bensì video di propaganda da entrambi i lati, nei
quali le due fazioni si danno battaglia attraverso le proprie armi più potenti:
"Peeta è l'arma di Capital City così come tu sei la nostra”.
Snow è
attento ai termini: “Non dirò <<ribelli>>; questi sono insensati
atti di sfida e non voglio legittimarli”.
“Vogliamo
davvero una guerra? Sterminarci a vicenda? Uccidere non è la soluzione”,
afferma Peeta (costretto) in un messaggio lanciato in tutta Panem. Ma non è il
regime stesso che uccide quotidianamente nei distretti e costringe giovani
uomini e giovani donne a massacrarsi nei Giochi della fame?
In un video,
Snow dichiara: “Chi ha imboccato questa via [i “radicali”, termine scelto al
posto di “ribelli”] sappia che agisce dimenticando il modo in cui tutti noi
siamo sopravvissuti: insieme! Grazie a un contratto ogni distretto rifornisce
Capitol City come il sangue un cuore. In cambio Capitol City garantisce ordine
e sicurezza”. Il Presidente “gira la frittata”: pone i riflettori sulla
violenza dei ribelli, nascondendo la propria; parla di ordine e sicurezza,
quando in realtà si tratta di paura e sottomissione.
“Una cosa è
sapere, un'altra è vedere. Mostriamole cosa Capitale City ha fatto...”: è
l’intento dei ribelli.
Plutarch
parla dell' "arte di vendere" e ora lui sta vendendo una rivoluzione.
“Faremo di te la ribelle meglio vestita della storia”, dice Effie. Come nei
precedenti capitoli, Katniss viene vestita per la battaglia (prima per i Giochi,
ora per i video di propaganda): “tutti quanti vorranno baciarti, ucciderti o
essere te”.
Ma Katniss
non è mai stata brava a recitare; per trasmettere qualcosa deve viverla e
infuocarsi davvero. Non è con i copioni e con le recite (le armi del serpente
Snow) che si compirà la rivoluzione: lo show ha bisogno di real reality, delle emozioni genuine e vere della Ghiandaia che
hanno catturato l’attenzione di tutti sin dal 74esimo Hunger Games, della sua
rabbia.
Anche i
leader della ribellione usano la demagogia e l’omissione: quando Plutarch deve
convincere Effie a supportare Katniss nelle recite e, alla fine, quando la
Presidente Alma Coin annuncia di aver liberato i vincitori tenuti in ostaggio
nella Capitale, spacciando il tutto per un successo (senza spiegare che,
invece, è stata un’inspiegabile concessione da parte di Snow).
Tutta la
Saga è avvincente, fa dell’empatia e della tensione i suoi punti di costante
forza e mostra scene di impatto emotivo e coinvolgimento eccezionali!
“Un
concentrato di suspense continua che incolla lo spettatore al grande schermo,
sin da primo film” (Alessio Foderi, radioeco.it).
Il momento
della mietitura, con Katniss che si offre volontaria per proteggere la
sorellina; la maestosità del treno e della Capitale rispetto alla povertà dei
Distretti (“Vi aspettano meraviglie”, dice Effie ai due tributi… come se i due
dovessero rimanere stupiti di fronte a tanta ricchezza e non inorriditi
dall’ingiustizia palese di cui sono i protagonisti); la totale insensibilità dei
cittadini della Capitale al valore della vita dei tributi e la loro insensata
eccitazione per i Giochi (così come il modo di porsi di Effie durante la
mietitura, che “annuncia con eccessivo entusiasmo i nomi dei futuri cadaveri”);
l’alleanza con la piccola Rue e il funerale, che scatena la reazione del
Distretto 11. Nel secondo capitolo, “lo spettatore condivide il dolore e la
frustrazione dei protagonisti perché, proprio come loro, lo ha già provato; si
lascia influenzare dalla rabbia, dalla loro stessa voglia di fuggire e allo
stesso tempo combattere” (Antonella Murolo, everyeye.it); si inizia a vedere la trasformazione di Effie;
durante il tour dei vincitori è toccante il momento al Distretto 11; di nuovo
l’esaltazione e il divertimento sfrenato del pubblico in attesa del massacro (Caesar
introduce i Giochi: “Noi avremo l'ultima opportunità di esprime il nostro amore
e con il cuore spezzato dare il nostro addio a tutti loro [i vincitori]... a
parte uno. Che serata elettrizzante! Ahahahaha”, risate a più non posso!).
I primi due
capitoli sono dominati dalla tensione: la mietitura, la separazione, i Giochi.
Il terzo è, invece, una preparazione: non a caso è una “Parte 1”, non vi sono
nuove edizioni degli Hunger Games ed è naturale che il coinvolgimento sia
diverso rispetto ai precedenti.
Snow: neve,
candida e immacolata. I Pacificatori fanno del nome e delle divise bianche
un contrappasso rispetto a quella che è la loro vera funzione. Nel terzo capitolo, Peeta, ostaggio di Capital City, viene
mostrato nei video con abiti bianchi.
Quando Katniss
si reca a vedere la devastazione nel Distretto 12, la prima immagine mostra la
scritta “Justice” su una maceria: la giustizia non è mai esistita a Panem e ora
anche la maschera che celava tale condizione è stata tolta. Il Distretto è
completamente distrutto, tranne il “Villaggio dei vincitori”, rimasto
completamente intoccato (i vincitori sono la testimonianza della magnanimità
del regime) a dimostrazione che la forza viene applicata in modo preciso e
implacabile. Katniss trova un vaso di fiori completamente appassiti e, nel
mezzo, una rosa bianca perfetta e “viva”, simbolo di Snow e del suo potere che
può sterminare qualsiasi cosa.
Una piccola
crepa: ho trovato personalmente fuori luogo l'applauso e l'esultanza del
Distretto 13 dopo aver visto il filmato girato nel Distretto 8 (il primo video di propoganda della ribellione, che ne segna l'inizio), durante il
quale l’ospedale di fortuna è stato bombardato e centinaia di persone sono
morte. Non c'è niente da esultare.
“Se Hunger Games è probabilmente il più complesso e raffinato tra i blockbuster contemporanei (inclusi i film di supereroi) lo deve principalmente a due elementi: la scrittura di Suzanne Collins, che di capitolo in capitolo contrabbanda sotto la patina avventurosa molto più di quello che non si creda, e la recitazione di Jennifer Lawrence” (Gabriele Niola, badtaste.it). “Jennifer Lawrence, nel ruolo di Katniss Everdeen, è semplicemente grandiosa. E’ una presenza magnetica e fa sì che la macchina da presa si innamori di lei” (Valentina D’Amico, movieplayer.it).
11 luglio 2014
28 maggio 2014
Iscriviti a:
Commenti (Atom)










