Oggetto di queste pagine sarà l’analisi della figura femminile che emerge dalla visione di alcuni dei Classici Disney, con particolare attenzione a quella delle Principesse.
Dopo uno scorcio teorico sui concetti di stereotipo e genere, si passeranno al microscopio le protagoniste e, più in generale, anche i ruoli e l’aspetto di alcune figure secondarie, ma comunque importanti nella diegesi.
Non mi dilungherò nel raccontare le trame dei film d’animazione che verranno citati, partendo dal presupposto che il lettore già conosca il contesto e, in particolare, abbia visto queste opere entrate nella storia del cinema. Cercherò di essere breve ed efficace, evitando giri di parole e inutili ripetizioni. Perché anche il tempo è un valore.
Il rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, bensì mediato dalle immagini mentali che di essa ciascun individuo si forma. Tali immagini sono delle semplificazioni che il nostro intelletto costruisce quali “scorciatoie” per comprendere e analizzare con efficace velocità l’immensa complessità del mondo esterno. In altri termini, la realtà viene classificata attraverso rappresentazioni ipersemplificate.
Lo stereotipo è un particolare fenomeno di classificazione e semplificazione, un peculiare sottoinsieme di quanto spiegato sopra; un sistema di credenze e di opinioni, precostituito e generalizzato, non acquisito sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, che un gruppo sociale associa a un altro gruppo, senza distinzioni né verifiche.
Esso è sì uno strumento che il nostro cervello utilizza per ridurre la complessità dell’ambiente, ma, dall’altro lato della medaglia, annulla al contempo le differenze individuali, appiccicando, senza distinzioni, le medesime caratteristiche a ciascun membro del gruppo. Se diventa troppo rigido, lo stereotipo ingabbia, porta a osservare il tutto con la lente del cliché deformando la realtà.
Altra caratteristica degli stereotipi è la loro persistenza anche attraverso le generazioni, indifferenti alla realtà che nel frattempo si evolve e modifica le condizioni in cui avevano avuto origine. Da questo punto di vista, il problema nasce quando si verifica un congelamento del modo di classificare la realtà nonostante quest’ultima sia cambiata; quando gli stereotipi, ancorati a una realtà ormai passata e diversa, diventano anacronistici e quindi ancora più dannosi.
Tra gli stereotipi, quelli di genere sono i più frequenti e maggiormente condivisi dalla società, nonché tra i più resistenti nel tempo. Ciò che è pericoloso in questa stereotipizzazione è non solo la componente descrittiva, ma soprattutto quella prescrittiva.
Tradizionalmente, gli individui vengono divisi sulla base delle loro differenze biologiche, fisiche e anatomiche: il sesso, maschio o femmina. Il genere rappresenta invece una “costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo/donna” (wikipedia.it).
I due aspetti sono dunque molto differenti: il primo è innato, il secondo è appreso, prodotto della cultura e frutto di un persistente rinforzo sociale.
Con l’espressione sex-gender system, l’antropologa americana Gayle Rubin indica quell’insieme di “processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra uomini e donne, differenziandoli l’uno dall’altro: creando, appunto, ‘il genere’”. Esprime come “il dato biologico viene trasformato in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione privilegiata rispetto al femminile, al quale è legato da strette connessioni da cui entrambi ne derivano una reciproca definizione” (wikipedia.it).
L’uso degli stereotipi di genere conduce alla formazione di aspettative condivise, basate sulla diversità biologica, sul ruolo e sull’atteggiamento di uomini e donne e, a ciascuno, impongono determinate caratteristiche. Essi dunque, una volta interiorizzati, condizionano scelte e comportamenti in modo sottile e spesso inconsapevole.
Lo stereotipo femminile tradizionale propone una donna che si realizza nella sfera privata e che ha un ruolo subordinato rispetto all’uomo; i suoi compiti sono il taking care (aiutare, nutrire, offrire calore), oltre all’occuparsi della casa, mentre le sue qualità sono legate alla communality (capacità di stringere relazioni interpersonali): empatia e comprensione, dolcezza e gentilezza, sensibilità e loquacità, nonché sottomissione e dipendenza.
L’identità di genere si forma nella primissima infanzia e viene rafforzata da famiglia, scuola e media, a cominciare dalle favole. Se è vero che le fiabe (narrazioni originarie della tradizione popolare) storicamente propongono una commistione tra personaggi e luoghi di fantasia e il mondo reale e terminano con il lieto fine, ma nascono con intento educativo e di crescita morale, provenendo dal più profondo vissuto e narrando un “rito d’iniziazione” che sancisce il passaggio all’età adulta, è altresì vero che, al giorno d’oggi, hanno perso la loro ragion d’essere (l’intento educativo, appunto), restando mere occasioni di svago e spunti per volare con la fantasia. Tuttavia, non ci si accorge che queste storie veicolano stereotipi vecchi e consumati, finanche pericolosi.
Durante l’infanzia, la mente è estremamente plastica, particolarmente ricettiva, ma sprovvista degli strumenti necessari a filtrare le informazioni di cui viene bombardata. “Come risultato, i dati immagazzinati in questo periodo della crescita sono tenacemente ancorati alla nostra memoria e diventano pertanto parte integrante del nostro essere persone. […] Spesso, le peculiari caratteristiche del cervello in crescita vengono ignorate da chi si occupa della tv per bambini/ragazzi, con il risultato che questa propone programmi grondanti stereotipi sessisti, stereotipi che solo una piccola parte di chi li ha passivamente subiti durante l’infanzia riuscirà a scardinare durante la vita adulta” (comunicazionedigenere.wordpress.com).
“La Walt Disney Company è la più grande azienda del mondo nel campo dei media e dello spettacolo, leader assoluta del mercato dell'intrattenimento per l'infanzia” (wikipedia.it). Fu fondata il 16 ottobre 1923 da Walter Disney. I Walt Disney Animation Studios sono responsabili della produzione di molti film d'animazione, tra cui i "Classici"; sono un elemento chiave della Walt Disney Company e il più antico studio di animazione ancora in attività.
In questa mia analisi, vorrei suddividere la storia (e la filmografia presa in oggetto) della Disney in tre blocchi. Il primo si estende dalla sua fondazione fino alla morte di Walt Disney (1966), la cosiddetta “Golden age”, a cui segue un periodo di forte crisi creativa e direttiva (che è caratterizzata da storie con protagonisti animali parlanti e un minor utilizzo delle canzoni), nonché di insuccesso finanziario.
Nel 1984, Michael Eisner divenne il nuovo amministratore delegato della società e Frank Wells vestì la carica di presidente. Il duo, legato da uno stretto rapporto di amicizia e di grande affinità creativa, risollevò la Disney dai gravi problemi economici e artistici, che apparivano inarrestabili, e fu il principale fautore di una, appunto, inaspettata resurrezione, non solo finanziaria, ma anche e soprattutto artistica: il “Rinascimento Disney” (secondo periodo che prenderò in considerazione), che si estende tra il 1989 e il 1999, in cui lo studio torna prepotentemente alla ribalta producendo una lunga serie di successi, facendo entrare alcuni di essi nella storia del cinema e riscuotendo ampissimo consenso di pubblico e critica. Ad accomunare gran parte delle pellicole disneyane di questo periodo è la scelta di seguire una comune struttura narrativa, ancorata a una precisa formulazione: per prima cosa il ritorno all’utilizzo massiccio delle canzoni all’interno della diegesi, fino a metterle al centro di ciascun progetto, in chiave musical, alle quali si affianca sempre una storia sentimentale, basata su un amore all’apparenza impossibile. A queste caratteristiche inerenti al genere della storia, si abbinano peculiarità dei personaggi: un giovane protagonista solitamente orfano di uno o entrambi i genitori e l'inserimento di animali/macchiette strettamente legati ai personaggi principali.
Nel 1994 muore tragicamente Frank Wells, segnando profondamente l’amico e collega Eisner e dando il via a un nuovo periodo di crisi creativa e dunque economica, aggravato dalla decisione di non affidare il posto vacante al nuovo grande talento dell'azienda, Jeffrey Katzenberg, che si stacca dalla Disney per fondare la Dreamworks Animations. Il panorama cinematografico si arricchisce di nuovi studi di animazione, che propongono nuovi intrecci slegati dalla fiaba tradizionale, più moderni, più ironici e parodistici (Dreamworks) o inseriti in un contesto reale (il “mondo” Pixar), la cui concorrenza insidia, fino a sovrastare e addirittura oscurare, le nuove pellicole disneyane. “Col passare degli anni, la Disney si vedeva sempre meno protagonista in un mondo sempre più competitivo. […] In casa Disney non solo mancavano le idee, ma anche quell'identità che, pur negli inevitabili momenti bui di decenni di storia, l'aveva sempre contraddistinta. Per la prima volta forse nella sua storia, la Disney era completamente fuori gioco e fuori tempo, una ‘nonna’ guardata con quella riverente compassione riservata ai gloriosi dinosauri: tantissimo rispetto, certo, ma anche la consapevolezza che il gotha dell'animazione era altrove da tempo” (Riccardo Nuziale, Ralph Spaccatutto, Paperman, John Lasseter e la rinascita Disney - Speciale, everyeye.it).
Dopo svariati flop di critica e al botteghino, nel 2006 John Lasseter (produttore esecutivo, nonché uno dei membri fondatori della Pixar) viene nominato Direttore Creativo della Disney e riuscirà a riportare gli Studios non solo alla ribalta, ma allo sfarzo e al dominio di un tempo. L’ultimo periodo oggetto dell’analisi inizia qui. L’intento di Lasseter fu subito chiaro: riprendere l’identità perduta, ristabilendo il carattere fiabesco (ma senza cadere nell’anacronismo, dando anzi una nuova dimensione e solidità alle icone per eccellenza delle pellicole disneyane: le principesse), reintroducendo le canzoni e abbandonando l’escamotage (forzato e puerile) di strizzare l’occhio al pubblico attraverso un elemento ironico centrale e accentuato.
All'inizio del 2000 nacque l'idea per un franchise ispirato alle “Principesse Disney”, di cui fanno parte: Biancaneve, Cenerentola, Aurora, Ariel, Belle, Jasmine, Pocahontas, Mulan, Tiana, Rapunzel e Merida. Anche Anna e Elsa, protagoniste di Frozen, dovrebbero entrare nelle fila del franchise.
"La vita delle Principesse prosegue fuori dal testo cinematografico, dove l’immaginazione si incontra con il consumo, cioè nel regno del marketing, e dove tutto sembra riassorbirsi in un mondo di perfetta armonia, privo di conflitti e contrasti; la mitologia individuale di ciascun personaggio femminile si traduce in una declinazione stilistica della loro personalità in termini di look, outfit e styling. I tratti innovativi del personaggio di Belle, per esempio, giocati nel lungometraggio Beauty and the Beast sull’amore per la lettura e l’avventura come alternativa a un modello femminile più sexy ma anche più remissivo, scompaiono per lasciare posto a “una nuova Belle, che assomiglia a quella precedente ma è ridotta a una immagine bidimensionale che pensa solo a specchi e biancheria per la notte, o una bambola da vestire con una infinità di abiti regali" (Piermarco Aroldi, Ri-belle in rosa: figure dell’adolescenza nel franchise delle Principesse Disney).
Continua...
L’evoluzione delle Principesse - L’attesa, passiva. Golden age?
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L’evoluzione delle Principesse - (Ri)conquista dell’identità: sfumature



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