Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Chiedo venia per il cliché filosofico, ma è calzante come punto di partenza. Prendendo come soggetto il singolo individuo (e non l’umanità intera), ‘Da dove vengo?’ ha facile risposta, ‘Dove sto andando?’ è una costante incognita (si può programmare il proprio avvenire, ma ciò che poi accadrà realmente è spesso differente), il vero problema sembra essere: ‘Chi sono?’. E questo perché ciascuno di noi è frutto delle proprie personali esperienze e l’io è in perpetua evoluzione e mutamento. Il film stesso ci dice che siamo diversi da ciò che eravamo un secondo fa. Come scrive Bauman: “la tua sapienza può giungere solo un giorno dopo il suo arrivo”; afferrare la consapevolezza del proprio io non può che arrivare in ritardo, quando questo è ormai cambiato. Insita nella domanda iniziale, ce n’è un’altra: ‘Cosa voglio? / Cosa cerco? / Cosa mi rende felice?’. Le nostre emozioni e i nostri desideri sono in balia dei mutamenti dell’io, anch’essi inafferrabili prima di averne fatto esperienza.
In un futuro non troppo lontano dal nostro, la gente va in giro parlando apparentemente tra sé, con lo sguardo perso (che non sta osservando nulla) di quando, ad esempio, si parla al cellulare. E, in effetti, è più o meno così: per strada, sulla metro, ovunque... le persone parlano e danno istruzioni al proprio computer, attraverso un auricolare/microfono e un piccolo tablet con videocamera. Una tecnologia che non fatichiamo a comprendere e accettare come evoluzione prossima della nostra.
In questo contesto, troviamo Theodore, che lavora come scrittore di lettere… per altre persone (le quali, datogli un contesto, gli commissionano la stesura di qualcosa di speciale per colpire il destinatario). Lettere di auguri (dai nipoti ad una nonna), di felicitazioni (dai genitori al figlio che si laurea), ma soprattutto d’amore! Theodore ha grande talento nel suo lavoro, ma non riesce a superare il fallimento del proprio matrimonio; a quasi un anno dalla rottura, non ha ancora trovato il coraggio di firmare le carte per il divorzio, metafora della propria incapacità di accettare la situazione.
Attirato da una pubblicità, egli decide di acquistare l’ultima novità tecnologica: un sistema operativo senziente, un’intelligenza artificiale. In base alle risposte a poche (e stravaganti) domande, l’OS si setta sulla personalità di Theodore e ne esce la voce incorporea (perchè di questo si tratta: non un robot, ma un semplice pc che comunica attraverso altoparlanti) e sensuale di Scarlett Johansson, sensibile, estroversa, perspicace e spiritosa.
“Come ti chiami?”, chiede Theodore (domanda che ha un peso non indifferente, come vedremo più avanti, nella questioni legate all’io e all’essere reali). L’OS, dopo aver letto, in 2 centesimi di secondo, uno dei classici libri di nomi per i genitori che stanno per avere un figlio, sceglie per sé, tra migliaia di possibilità, il nome Samantha, perché, tra tutti, ha il suono che più le è piaciuto.
Da essere senziente qual è, Samantha nutre il desiderio di scoprire e di imparare; interfacciandosi con Theodore, ella si evolve e sviluppa una coscienza sempre più complessa. Il loro rapporto diventa presto fondamentale per entrambi, ma il cambiamento generato dalle nuove esperienze spesso non avviene alla stessa velocità o nella stessa direzione.
Non è un caso che l’unica altra OS che si ode nel film è quella tratta da un filosofo contemporaneo morto negli anni ’70 (Samantaha e questa OS-filosofo, insieme a tutte le altre intelligenze artificiali, inizieranno a discutere su se stessi, interrogandosi sul proprio essere). ‘Cosa è reale?’ sembra essere un’altra delle domande fondamentali del film. “Per me tu sei reale”, dice Theodore a Samantha, come a voler dare ad ella prova della propria esistenza attraverso sé stesso, come a voler dire che siamo reali quando veniamo percepiti da qualcuno.
Samantha è un’entità incorporea e il film si compone di inquadrature del solo Theodore durante le loro conversazioni (scelta registica tutt’altro che ovvia), volto emittente e ricevente di ogni battuta, ma anche e soprattutto unico volto che restituisce emozioni.
All’inizio della narrazione (prima di installare il nuovo Sistema Operativo), Theodore manifesta il bisogno di contatto fisico, di scopare con una donna che voglia essere scopata da lui (nel senso più fisico del termine, perdonate l'espressione non troppo fine); finendo al contrario per legarsi e sentire la necessità di stare con una voce senza corpo, che egli non può toccare.
La contraddizione (e l’ironia) nella vita del protagonista si palesa subito dal suo lavoro: egli vuole sentirsi amato davvero e di mestiere scrive “finte” lettere (finte perché dovrebbero invece venire direttamente dal cuore di chi si firma) per altri innamorati.
Che cosa colpisce così profondamente Theodore da farlo innamorare di Samantha? Cosa di questo rapporto lo rende così felice? Tale felicità deriva probabilmente “dall’aspirazione dell’essere amati, […] dal sentirsi parte importante della vita altrui” (Giancarlo Usai, Ondacinema) (contraddizione insita nell’amore, sentimento solo in apparenza volto all’esterno, ma in realtà molto egocentrico): l’OS ha bisogno di Theodore, perché è da lui e attraverso di lui che conosce il mondo e costruisce, pezzo per pezzo, una vera anima. Anima/personalità che, almeno inizialmente, è ciò che desidera il protagonista (proprio perché è attorno a lui che si modella).
Con il sopraggiungere delle prime incomprensioni (dovute, appunto, all’affacciarsi dell’OS ad una realtà esterna a Theodore), egli arriverà a cercare di riportare Samantha allo status di computer, negando il suo essere reale. Tuttavia, il proprio io necessita di coerenza, non può respingere o cancellare tutti quei momenti e quelle emozioni che ha vissuto in modo così intenso, così come non può rifiutare di percepire come reale il libro che tiene tra le mani, frutto dell’azione, ma soprattutto dell’intenzione, della volontà e dell’iniziativa di Samantha.
“Il regista ha in tutti i modi ripetuto che il film non voleva essere un minitrattato sociologico sull'inaridimento dei rapporti umani. Voleva piuttosto ‘usare’ l'espediente del tempo futuro per mettere in scena, molto più semplicemente, una storia romantica, descrivendo un uomo dilaniato dal dolore di un matrimonio finito e incapace di proseguire il cammino in solitario” (ibidem).
La tecnologia è ormai parte integrante dei rapporti sociali; inutile negare la nostra dipendenza da essa. Jonze non propone giudizi in merito, “non cosa la tecnologia rischi di farci ma chi siamo noi mentre ci guardiamo nel suo specchio” (Gabriele Niola, Mymovies). “La storia grottesca e paradossale di un mondo solo poco più avanti nel tempo rispetto all'oggi, in cui la nostra relazione con la tecnologia si è evoluta sullo stesso percorso che possiamo intuire adesso, è condotta con una profonda comprensione di cosa siano i nuovi media e come funzionino. Questo consente a Jonze di far ridere e di sorprendere in maniere che non avevamo mai visto, non appoggiandosi in nessun caso a luoghi comuni già battuti” (Gabriele Niola, BadTaste).
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